Il talento di non chiudersi


La «Parabola dei Talenti» fa parte del 5º Sermone della Nuova Legge e si colloca tra la parabola delle Dieci vergini e la parabola del Giudizio finale. Queste tre parabole chiariscono il concetto relativo al tempo dell'avvento del Regno.
La parabola delle Dieci vergini insiste sulla vigilanza: il Regno di Dio può giungere da un momento all'altro. La parabola dei talenti orienta sulla crescita del Regno: il Regno cresce quando usiamo i doni ricevuti per servire. La parabola del Giudizio finale insegna come prendere possesso del Regno: il Regno è accolto, quando accogliamo i piccoli. Una delle cose che più influiscono nella nostra vita è l'idea che ci facciamo di Dio. Tra i giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano Dio come un Giudice severo che trattava le persone secondo il merito conquistato seguendo le osservanze. Ciò causava paura ed impediva alle persone di crescere. Impediva che aprissero uno spazio dentro di loro per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava. Per aiutare queste persone, Matteo racconta la parabola dei talenti. Non c'è differenza tra coloro che ricevono di più e coloro che ricevono di meno. Tutti ricevono secondo la loro capacità. Ciò che importa è che il dono sia posto al servizio del Regno e che faccia crescere i beni del Regno che sono l'amore, la fraternità, la condivisione. La chiave principale della parabola non consiste nel produrre talenti, ma indica il modo in cui bisogna vivere la nostra relazione con Dio. I primi due impiegati non chiedono nulla, non cercano il proprio benessere, non guardano i talenti per sé, non calcolano, non misurano. Con la più grande naturalità, quasi senza rendersene conto e senza cercare merito per loro, cominciano a lavorare, affinché il dono ricevuto frutti per Dio e per il Regno. Il terzo impiegato ha paura e, per questo, non fa nulla. Secondo le norme dell'antica legge, lui agisce in modo corretto. Si mantiene nelle esigenze stabilite. Non perde nulla, ma nemmeno guadagna nulla.
Per questo perde perfino ciò che aveva. Il Regno è rischio. Chi non vuole correre rischi, perde il Regno! Non c'è spazio per i paurosi, né per i fannulloni: meglio rischiare tutto con quei talenti, altrimenti sappiamo già che non corrisponderemo alla fiducia accordataci. E quando crederemo di essere «a posto» sarà il momento di guardarci attorno e non adagiarci: «pace e sicurezza» saranno alla fine il «prendere parte alla gioia» di Dio, non una raffigurazione illusoria di compiutezza nel bel mezzo del tragitto. Si legge che la figlia di un re di Francia era solita trattare molto duramente la sua giovane cameriera. Un giorno, irritata, le disse: «Non sai forse che sono la figlia del tuo re?». La giovane le rispose calma: «E tu non sai che io sono la figlia del tuo Dio?».

don Franco Tassone