Bassani chiude dopo mezzo secolo Il panificio che "reinventò" la zucca
PAVIA. «Ma l'è reggiano? Se no al vori nò». Nonna Libera, che veleggia con leggerezza verso gli 89, si assicurava sempre che il formaggio usato per i tortelli di zucca e i ravioli di brasato fosse doc. Come il burro, la ricotta, le verdure del ripieno. Era la regola del panificio Bassani, una vetrina su via Volturno, l'altra su via Siro Comi: Giuseppe, il figlio, fa ancora il pane come una volta. Sveglia a mezzanotte, il lievito pronto dal pomeriggio, il forno caldo. Fino a lunedi, ultimo giorno di apertura dopo 53 anni.
Con il 31 ottobre il panificio - dove in realtà si poteva trovare di tutto - ha abbassato le saracinesche. Si rialzeranno con un Internet Point. Tutta un'altra storia. E dopo le due drogherie, il fruttivendolo, il 'giasirò" del dopoguerra, scompare anche il forno. E cambia il volto di questo dedalo di strade. Il 31 è stata una processione di clienti, un via vai di baci e abbracci. E la lacrimuccia è scappata anche a Fausta e Loredana, mogli di Araldo e Giuseppe Bassani, che dietro al bancone ci hanno passato un bel pezzo di vita. «Abbiamo visto i bambini, che andavano a scuola e venivano a prendere la cremonesa o la focaccia, diventare grandi e tornare con i figli» dicono commosse. Anche Giuseppe Bassani fatica a nascondere il groppo alla gola. Nel retro, dove c'erano forno e macchinari, ha trascorso quasi mezzo secolo. «Ho iniziato che avevo ancora i pantaloni corti - ricorda - facevo le scuole medie e se il garzone si ammalava, mio padre Giorgio mi buttava giù dal letto perché lo aiutassi». Il fratello Araldo ha preso un' altra strada. Insegna alla media Angelini. Ma è un ottimo cuoco e ha sempre collaborato alla produzione artigianale di tortelli e ravioli. Nonna Libera non ha mai smesso di preparare le crostate.
E' lei a ricordare gli inizi della panetteria Bassani a Spessa Po, paese del marito Giorgio, conosciuto nello stesso albergo di Champoluc in cui lui era cuoco e lei cameriera. Era il 1940. Poi sono venuti gli anni difficili della guerra, della povertà, della paura, con l'aereo 'Pippo" che la notte sorvolava i tetti e Giorgio Bassani lavorava al lume di candela per il coprifuoco. Nel' 51 il Po rompe gli argini, invade il paese e il forno lavora fino a quando l'acqua arriva alle ginocchia.
Nel '52 Giorgio ascolta il consiglio della sorella Nanda, che gestiva l'albergo 'Tre Re" nel vicolo omonimo (una traversina di via Varese), e rileva la panetteria di via Siro Comi. Al suo pane ci si affeziona subito. Tanto che un ufficiale dell'esercito (di stanza alla Bixio), se lo fa spedire a Santa Marinella, dove viene trasferito. «Mandavamo sette-otto micconi a Roma ogni settimana» dice Libera Casella, la vedova Bassani. «Ho voluto vedere sul posto se potevo accontentarmi del pane di qui...» scrive Vincenzo Latella nel '58. La sua lettera, scolorita dal tempo, è incorniciata e appesa alla parete della cucina, proprio sopra il negozio. E' solo uno dei tanti ricordi. Le foto di famiglia, della figlia Carla che non c'è più, della visita del vescovo Volta, della vetrina 'vestita" a festa per un concorso.
«Ho ancora impresso gli inverni di tanti anni fa quando la nebbia la respiravo, tanto era pesante. Andavo in biciletta in Borgo a fare le consegne, con i cestini colmi di sacchi di pane - ricorda Giuseppe -. Incrociavo le lavandaie che, all'alba, avevano già lavato i panni, gli operai che andavano alla Necchi. E il freddo pungente...». Ancora più pungente dopo il caldo tepore del forno. Dal panificio Bassani, negli anni, sono usciti i fragranti micconi, ma anche la pagnotella di zucca, conosciuta in tutta Pavia, e la crostate. Le zucche, del resto, arrivavano sempre dallo stesso produttore di Stradella. I Bassani conservano ancora quella con il loro nome inciso con un chiodo.