Bush: grazie Silvio per l'aiuto in Iraq

WASHINGTON. Il presidente americano George Bush «teme un cambio di guida del nostro Paese». Insomma che la sinistra vada al governo e che faccia come Zapatero.
Silvio Berlusconi ai giornalisti riferisce cosi dei suoi colloqui (durati oltre due ore) alla Casa Bianca con il leader statunitense. Poi, incalzato dalla domande, è costretto a fare marcia indietro: «Non mi ha detto esattamente cosi, ma basta fare uno più uno per capire come la pensa il presidente americano e poi è evidente - ha concluso il premier italiano - che gli Stati Uniti usano non interferire nei problemi interni».
La dichiarazione, come era ovvio, ha lasciato stupiti ed ha aggiunto un'ulteriore nota di tensione sui risultati di un incontro con molte incognite. Già di buon mattino, l'improvviso annullamento della prevista conferenza stampa di Berlusconi e Bush alla Casa Bianca aveva scatenato ogni sorta di illazioni. In apparenza, sia il presidente americano che il presidente del Consiglio hanno cercato di minimizzare ogni dissidio.
Berlusconi, che è arrivato a Washington domenica notte e ha dormito alla Blair House dopo una cena con l'ambasciatore Gianni Castellaneta, ha sorriso durante la foto nella sala ovale e ha rilasciato una breve dichiarazione: «Sono venuto a trovare un amico, il leader di un paese al quale l'Italia è eternamente grata per aver liberato l'Europa dal totalitarismo». Berlusconi ha poi aggiunto che per l'Italia «è un motivo d'orgoglio essere al fianco degli Stati Uniti nell'estendere le frontiere della libertà e della democrazia», e ha lodato la leadership e la capacità di «guardare lontano» di un presidente che «passerà alla storia».
«Le relazioni tra gli Stati Uniti e l'Italia sono forti», lo ha rassicurato George Bush, che ha definito Berlusconi un partner per la pace. «Voglio ringraziare Silvio per il forte impegno per la libertà in Afganistan e in Iraq». Le brevi dichiarazioni, seguite da un energico invito a lasciare la sala da parte dei servizi segreti ai giornalisti stranieri che volevano fare delle domande, non hanno messo a tacere le voci sulla mancata conferenza stampa congiunta.
In parte, la mancata apparizione dei due leader di fronte alla stampa è stata sicuramente dovuta alla frettolosa decisione del presidente americano di presentare al pubblico, già di buon mattino, il suo prossimo candidato alla Corte Suprema. E certamente, in un momento disastroso per la sua presidenza, Bush ha voluto evitare domande imbarazzanti.
Alcuni giornalisti americani, in particolare il corrispondente della NBC da Roma, Stephen Weeke, avevano però già previsto in mattinata che Berlusconi avrebbe ricevuto un'accoglienza «gelida» dopo le sue inattese dichiarazioni alla vigilia del viaggio.
«Ho cercato più volte di convincere il presidente americano a non fare la guerra», aveva infatti spiegato il presidente del consiglio durante un'intervista a La7.
Durante il colloquio di ieri alla Casa Bianca, molto probabilmente, nessuno ha ricordato le vecchie conversazioni. Al presidente americano, però, Berlusconi ha fatto presenti gli altri punti delle sue dichiarazioni, e cioè che l'Italia ha già istruito 9mila poliziotti e mille militari iracheni e che «via via che questi uomini diventeranno operativi noi ritireremo le nostre truppe». Dei tremila soldati inviati da Roma dopo la caduta di Saddam, circa 300 sono già stati ritirati e gli altri potrebbero rientrare nei prossimi mesi a scaglioni, fino agli ultimi mille, che dovrebbero tornare tutti insieme entro la prima metà del 2006. Anche se, ha chiarito Berlusconi, abbandonare l'Iraq prima del completamento del processo democratico, «significherebbe tradire gli iracheni». Ma a gennaio Martino avvierà colloqui con il Pentagono per definire tempi e modi. Cosi ha annunciato Berlusconi.