«Noi 40enni, disoccupati senza speranza»
VIGEVANO. E' come se il mondo ti crollasse addosso. Hai 40 anni e un lavoro che credi sicuro, decidi di comprare casa. Poi finisci in cassa integrazione e scopri che la tua azienda non era cosi florida. Pensi che con la tua esperienza troverai un altro posto, ma per il mercato sei troppo vecchio o non abbastanza specializzato, nei casi migliori ti offrono un lavoro a tempo determinato. Le rate del mutuo però non aspettano e con meno di 700 euro al mese bruci anche i risparmi, se ne hai. I disoccupati in Lomellina sono 7.700, di cui 3.600 donne, ma per chi ha almeno 40 anni è più dura vivere. Ecco le loro storie.
Deluso dalla Marzotto.Ancora 14 anni di mutuo, una moglie che lavora a singhiozzo, un figlio adolescente e uno stipendio da 700 euro al mese. «Lavoravo alla Marzotto dal ‘92 e pensavo che sarebbe stato per sempre - spiega - . Ero nel consiglio di fabbrica e ho combattuto per difendere il mio lavoro, poi ho scoperto che per i dirigenti siamo solo numeri, dettagli. Nel 2002 ci avevano chiesto di produrre di più e meglio, l'abbiamo fatto, ma non è bastato: volevano solo ridurre i costi». Dal primo agosto Paolo Freguglia è in cassa integrazione straordinaria con gli altri 140 dipendenti della Marzotto. Ora una mezza dozzina di operai sta smontando le macchine che saranno spedite ad altri stabilimenti in giro per il mondo. «Circa 60 di noi sono sulla quarantina - continua Freguglia - . Solo gli specializzati, circa 40, hanno trovato un altro lavoro, gli operai generici come me sono a spasso. Mi hanno proposto di andare a vendere gli aspirapolvere porta a porta, ma a 40 anni hai bisogno di certezze, non puoi accontentarti di lavori saltuari o senza prospettive. Almeno fino a quando avrò ancora dei risparmi e la famiglia continuerà ad aiutarmi». Più che disperazione è amarezza per le speranze deluse. «Si parla tanto di ammortizzatori sociali, ma se hai 40 anni è come prendere un'aspirina invece di andare dal medico - spiega Freguglia - . Finora solo il sindacato ci ha aiutato, gli altri hanno fatto tanti discorsi, ma le parole non riempiono la pancia. Una soluzione non ce l'ho però so che cosi non ci resta che lo sfruttamento».
Una vita all'Adamello.Ha lavorato 33 anni al calzaturificio Adamello, ma dal maggio 2003 l'azienda è chiusa e Delia Mendogni si sente privata di una parte della sua vita. «Credevo che avrei lavorato all'Adamello fino alla pensione. Anche mio marito lavorava li. Lui ora ha trovato un altro impiego nel settore delle materie plastiche, anche se lo pagano con due mesi di ritardo, io invece ho lavorato per un anno in un'altra azienda calzaturiera, poi più nulla - racconta la donna 49enne - . Ho mandato curriculum ad altre aziende del settore, ma non ho avuto risposte. Mi sono rivolta anche alle agenzie interinali, ma per fare la commessa sono troppo vecchia e per altri lavori è necessario avere l'auto, ma la nostra la usa già mio marito». Le mancano otto mesi per maturare i 35 anni di contributi. «Nemmeno se fai le pulizie ti mettono in regola. E' come se tutta l'esperienza che ho maturato in questi anni non servisse a nulla perché non mi danno il tempo di imparare, devi già corrispondere al profilo che interessa loro». Non è solo un problema di professionalità, è anche un problema di diritti. «Ho trovato stranieri disposti a farsi sfruttare pur di lavorare - continua Mendogni - . Noi invece non siamo più disposti a lavorare a qualunque condizione». La disoccupazione è un problema, ma tra breve lo sarà ancora di più. «Da febbraio non avrò nemmeno più la mobilità - conclude Mendogni - . Non so se per allora troverò un altro lavoro, ma di certo avrò il mutuo da pagare».