«Vi dico: Pavia si dia una mossa»
PAVIA.Giovanni Merlino, 40 anni, albergatore. Possiede l'Hotel Moderno, l'unico 4 stelle in città, sposato con Caterina, un figlio di 3 anni Fausto e una femminuccia in arrivo, Nicole. Ha il mestiere nel sangue, glielo hanno trasmesso i genitori, sorattutto la madre, la mitica signora Margherita. Giovanni Merlino non si è mai pentito della scelta, anche se il fratello, Mario, chirurgo estetico, ha fatto inversione a 'u" rispetto alla tradizione di famiglia. Chi meglio di lui può spiegarci la situazione alberghiera pavese?
Merlino, adesso chiude l'Ariston e a Pavia rimangono solo cinque alberghi: il suo, Rosengarten, Excelsior, Aurora e Stazione. Non le sembrano pochi per una città che sostiene di avere vocazione turistica?
«In teoria si, ma dati alla mano si potrebbe dire che forse sono troppi. I dati parlano chiaro. L'anno scorso abbiamo avuto una percentuale di occupazione delle camere del 60 per cento e nel 2005 si sta andando peggio. In luglio, agosto e settembre abbiamo raggiunto a fatica il 50. La potenzialità pavese è di circa 600 camere, ma se restano vuote, come si fa a pensare a nuovi alberghi?»
Crisi anche in questo settore?
«Dico che il quadro è pesante e risente della situazione generale. Personalmente non mi lamento. Io raggiungo il 70 per cento, ma in generale c'è una riduzione di presenze. Magari siamo pieni dal lunedi al giovedi notte, poi c'è il deserto. Sono clienti legati al lavoro, il turismo latita».
Chi ha colpa?
«Non colpa. E' un problema di scelte. Pavia è una città che vuol vivere tranquilla. E' una città d'arte che offrirebbe molto, ma non è pronta a ricevere centinaia di pullman. Sa, chi arriva da fuori crea anche confusione e sporca. I pavesi non amano queste cose».
Si, ma alla lunga sono scelte che si pagano. Negativamente.
«Sono d'accordo con lei. Però questa è la realtà, anche se devo dire che il problema è innanzi tutto generale perchè manca da sempre a livello nazionale una politica turistica. Anche se il turismo è la quarta voce economica del Paese. Comunque Pavia è questa. L'altra sera ho ospitato una comitiva di veneti. Non sapevano dove andare. E' mortificante...»
Mortificante anche il fatto che mancano i cartelli in autostrada che indicano Pavia...
«E' vero. I cartelli li abbiamo messi noi albergatori. Io li ho sulla A7 e sulla A21. Una iniziativa personale».
Allora cosa si potrebbe fare?
«Non dico stravolgere la vita dei pavesi, ma almeno un giorno alla settimana gli operatori commerciali dovrebbero mobilitarsi e proporre delle iniziative, se non altro per convogliare su Pavia un turismo di qualità. Ci vorrebbe anche un tavolo permanente degli operatori per consultarsi e proporre».
Come la serata che ha organizato lei in onore dei vini toscani e siciliani?
«Esattamente. Una idea che vorrei allargare con la presenza di uno scrittore, di un pittore. Il vino si sposa bene con la cultura. E questa è una terra di vini. A gennaio presenteremo i prodotti di Villa Banfi. Comunque la qualità paga. La mostra di Klimt ad esempio ha portato molte presenze. Ci sarebbe anche la Certosa, ma ormai è più milanese che di Pavia. Pensi che non c'è neppure un pullman per portare i turisti davanti al monumento».
Torniamo agli alberghi. Quali i costi di Pavia?
«Da 50 a 140 euro. Ovviamente dipende dalla qualità».
Non le sembrano prezzi un po' cari? All'estero, per esempio in Francia, si dorme con meno: 40-60 euro e servizi buoni.
«Può darsi, ma in Italia bisogna fare i conti con costi altissimi. Forse lei si riferisce a tariffe praticate da catene di alberghi che qui non abbiamo. Qualcosa di meno si può spendere in periferia. Fuori sono sorti parecchi motel. In campagna si costruisce a costi più bassi».
La flessione delle presenze quando si è avuta?
«Quando hanno cominciato a chiudere o a ridurre o trasferirsi le aziende, come Dolma, Marelli, Necchi, Chicco».
E il progetto del Kursaal in Corso Cavour? Non dovevate fare un albergo?
«Per il momento soprassediamo. Eppoi non ci sembrava giusto chiudere i pochi cinema che restano. Per ora rimane un investimento immobiliare. Quando si parlava di trasferire la fiera di Milano a Binasco i progetti erano ben diversi».
Allora tutte le sue attenzioni resterano sul Moderno. Qualche sogno nel cassetto?
«Lo abbiamo ristrutturato nel 1989 spendendo 5 miliardi che abbiamo rimborsato in 15 anni. Devo per forza metterci tutta l'attenzione possibile. Anche se le spese e gli investimenti non finiscono mai. Adesso abbiamo messo anche il wireless. Ho 19 dipendenti e 6 lavorano al ristorante. Questa per me è una grande soddisfazione. Ho vinto una scommessa: quella di dimostrare che non è sempre vero che nei ristoranti degli alberghi si mangia male. Da noi si mangia benissimo. Parola dei clienti. Il mio sogno? Un piccolo albergo in riva al mare con poche camere ma di altissimo livello. La tendenza è questa».
A proposito di clienti. Ne avete avuti di importanti?
«Moltissimi, ma non posso ricordarli tutti. Faccio dei nomi: Carla Fracci, De Sio, Baglioni, Pippo Baudo e Katia Ricciarelli, Fazio, Costanzo e la De Filippi, Veltroni, Cacciari, Sgarbi...»
La vita d'albergo non è facile. Chissà quante ne ha viste...
«Soprattutto i furti: cucchiaini d'argento, telefoni, anche un televisore, accappatoi. Pensi che un cliente mi ha portato via anche una serie di copripiatti d'argento. Poi c'è chi riesce ad andare via senza pagare. Escono dicendo che vanno in centro a fare spese eppoi non si fanno più vedere. Il mestiere è questo. Ma è bello ugualmente. Si vive a contatto con gente diversa. Non ci si annoia mai».
(r.g.)