Ore 5.30: «Alberto è morto»
PAVIA. Il telefono squilla alle 5.30 del mattino. Si accende una luce nella villetta di Casarsa (Pordenone) ma i genitori di Alberto Bonanni sono già svegli. Non si sono mai addormentati. E' Daniela, la sorella 'pavese", a parlare con la Farnesina e a dover soffocare per sempre l'ultima speranza che Alberto, 46 anni, possa essere ancora vivo, laggiù a Islamabad. Sotto metri e metri di detriti, quel che resta delle Margala Tower dopo che la terra ha tremato. Forse anche lui è stato sorpreso nel sonno. Forse non ha neppure avuto il tempo di accorgersene(altro servizio a pag. 7).
Ieri alle prime luci dell'alba è iniziata la processione a casa di Leonardo e Teresa Bonanni, per più di quarant'anni insegnanti di scuola elementare. A Casarsa, paesone di cinquemila anime, non c'è famiglia che non li abbia avuti come maestri. «A tutti abbiamo chiesto di non mandare fiori ma di aiutare la gente del Pakistan - dice Daniela, la sorella - Chiediamo di solidarizzare in modo concreto con chi sta soffrendo. E' quello che anche lui avrebbe voluto». E che forse avrebbe fatto quel sabato mattina. Invece il destino ha scelto per lui. «Ogni fine settimana, quando era libero dal lavoro, prendeva lo zaino e raggiungeva i villaggi di montagna - ricorda Daniela Bonanni - Amava mischiarsi alla gente vera, ai bambini, frequentare le loro case, conoscerli, capirli meglio. Come aveva fatto in precedenza in Turchia, Zambia, Cile. Invece quest'ultimo weekend gli impegni presi con un amico sono saltati all'ultimo minuto». Alberto, in quel giorno di riposo, è rimasto a letto. Alle nove forse stava ancora dormendo al terzo piano del palazzo. Colpito da una trave, poi da calcinacci e ruderi dicono i soccorritori inglesi che l'hanno trovato.
Il destino. Era entrato in gioco anche quando, a dicembre, gli aveva fatto prendere un altro biglietto aereo, a lui che per Natale andava sempre in Thailandia. I suoi anziani genitori avevano tirato un grosso sospiro di sollievo sapendolo altrove nei giorni dello tsunami. Anche in Pakistan era arrivato quasi per caso. «Aveva sondato tante possibilità - ricorda Mimmo Damiani, dell'Unicef, che proprio in queste ore chiede ai pavesi di aiutare i bambini pakistani portando fondi alla bottega del mercato coperto - Ne avevamo parlato a lungo. Poi era arrivata l'occasione per Islamabad». «E li si era trovato bene - conferma la sorella - Ci tornava volentieri. Aveva intrecciato una fitta rete di rapporti con le persone più diverse, non solo con i colleghi in ambasciata». E trasmetteva agli amici, che lo aspettavano a Pavia per una spaghettata a casa della sorella o per soffrire insieme davanti a una partita dell'Inter, un volto del Pakistan inedito. «Ci ha fatto andare al di là dell'idea superficiale di estremismo islamico e donne col velo - spiega Daniela -. Ci ha trasmesso sensazioni, colori, voci». Tanto che lei stessa, con Mauro Pagani, l'avrebbero presto raggiunto per partecipare a un grande festival di musica e teatro: un meeting con oltre 600 artisti a Lahore. «E lui era fiero di conoscere gli organizzatori laggiù e di poter portare anche un artista italiano come Pagani».
Uno spirito libero. Un viaggiatore. «Ma anche una persona assolutamente normale - precisa Daniela - e non vorrei ci fossero tentativi di glorificazione. Era uno a cui piaceva vivere, piaceva il mondo e la gente vera». Non si sarebbe mai fermato. Quattro anni fa, proprio a Pavia, aveva partecipato a un concorso magistrale. La sua esperienza, come insegnante nelle scuole aperte all'estero nei grandi cantieri di aziende italiane, gli aveva permesso di accumulare un bel punteggio. «Sarebbe anche entrato in ruolo a Pavia - ricorda Daniela -. Ma ha scelto di ripartire. Non sarebbe stata la sua vita...».