Il poeta Benigni nell'Iraq in guerra
ROMA. «Volevo fare un film su quando ami una persona alla follia. Perché l'amore non è quello dei fidanzatini di Peynet, ma una tigre che ti si attacca e ti sbrana, sconvolgendo il mondo intero». Gesticola, sorride, come sempre, Roberto Benigni, nel suo completo color cioccolato. A tre anni da «Pinocchio», il «piccolo diavolo» toscano, che incantò Hollywood e gli Oscar parlando dell'Olocausto, torna al cinema con «La tigre e la neve», sua attesissima ottava pellicola, che dal 14 ottobre invadrà le sale italiane con 800 copie distribuite (a dicembre la prima in Francia e poi la distribuzione nel mondo).
«Usciamo ovunque per sconfiggere la pirateria, anzi, abbiamo dato direttamente noi le copie ai 'pirati"», scherza. Seduta al suo fianco c'è Nicoletta Braschi, l'amore della sua vita e ormai di tutti i suoi film, che della pellicola è co-protagonista, insieme a Jean Reno, e produttrice con la Melalampo. Il premio Oscar Nicola Piovani firma invece la colonna sonora, con un prezioso inedito di Tom Waits. La storia, diretta dallo stesso Benigni e scritta ancora insieme a Vincenzo Cerami, racconta di un grande amore non corrisposto. Di un poeta, Attilio, che per la donna dei suoi sogni, sfida persino gli orrori della guerra in una Bagdad assediata dalle bombe e dagli americani. E di un amico, che invece soccombe all'incapacità di vivere senza una speranza. «Non buonista, semplicemente non idelogico. Anzi feroce», cosi Benigni definisce il suo film. «Certe opere moderne puntano alla testa. Questo film invece colpisce al cuore, la parte più profonda dell'anima. Se attacchi la guerra direttamente, le parole ti ritornano indietro. La guerra va evocata e non mostrata. In fondo, cosa c'è di più feroce ed eversivo dell'amore che vince la morte?». Forse, aggiunge lui stesso, «solo un comico che, proprio nei giorni delle esercitazioni anti-terrorismo, per la prima volta fa la parodia di un kamikaze». Impossibile non ridere a vedere il suo Attilio, «poeta un po' folle», che ricoperto di scatole di medicine tenta di forzare un posto di blocco, sebbene la scena rievochi pagine agghiaccianti dei nostri tempi. «La forza di un comico è andare a penetrare zone sconosciute con la sua leggerezza», dice. Nessun rimando a Nicola Calipari, il funzionario del Sismi, ucciso a un posto di blocco mentre tentava di portare in salvo la giornalista Giuliana Sgrena (la scena è stata scritta e girata molto tempo prima). «Purtroppo sono morti anche tanti soldati americani. Ricordiamoci che spesso sono disoccupati alla disperazione». Su di loro, nessun giudizio, anzi «lo sguardo pieno di pietas del poeta Attilio, uomo buffo che passa la vita a cercare di mettere le parole in un modo che se gli batte il cuore a lui, lo deve far battere anche a chi lo ascolta». Poi Benigni s'interrompe: «Vi prego, dice, non andate a cercare troppi significati nascosti. Che la guerra è brutta lo sappiamo, anche se da secoli sembra la passione più grande dell'uomo. E molto più rivoluzionario è scegliere un poeta come protagonista». Già, perché, ricorda, il film parla anche di Dio, della voglia di vivere, della paura di vivere, di poesia, degli orrori e dei controsensi della guerra ma soprattutto di sentimenti.