Di Casola: «Il disco rosso alla Turchia penalizza l'Europa»
PAVIA.L'argomento è di stringente attualità: si discute l'accettazione di 70 milioni di turchi come cittadini europei. Ne ha parlato agli invitati del Lions club Pavia Le Torri Maria Antonia Di Casola, docente di storia delle relazioni internazionali con un corso specifico sul Medio Oriente e da quest'anno sulla Turchia nell'ambito della facoltà di Scienze Politiche all'Università di Pavia. Nata a Pavia nella casa dei nonni Montemartini e qui laureata in Scienze Politiche, ha però ricevuto la formazione standard per chi ha un padre itinerante per lavoro: quindi liceo classico Tasso a Roma, dove tuttora tiene conferenze dopo essere stata docente alla facoltà di Legge alla Sapienza e 4 anni al liceo scientifico italiano all'estero a Istanbul, vivendo ad Ankara dove il padre era addetto militare presso l'ambasciata italiana.
La docente ha tracciato in modo preciso e brillante il percorso della Turchia per cercare di chiarire i tanti dubbi che sottendono alla sua ammissione nell'Unione Europea, già richiesta nel 1959 e prevista comunque non prima di 10-15 anni. La costituzione dell'attuale stato laico, l'unico nel mondo dell'Islam nasce dopo la caduta dell'impero ottomano alla fine della prima guerra mondiale, per opera del generale Mustafà Kemal, il quale proietta la Turchia verso l'occidente, quindi l'Europa visto come mondo che aveva realizzato le modernità, con riforme rivoluzionarie (codice penale e civile europeo, introduzione della lingua latina, calendario gregoriano, diritto di voto attivo e passivo alle donne dal 1934, in Italia dal 1947), abolizione del fez e del califfato). In quegli anni di continuo progresso verso la democrazia alla Turchia viene concesso l'ingresso nella Nato nel 1952 per la sua posizione militare geografica strategica, nel 1963 le si riconosce l'idoneità alla piena appartenenza all'Europa, nel 1999 riceve il riconoscimento di «status di candidato», rinviando però l'avvio di negoziati appunto al 3 ottobre 2005.
«Ma quali sono gli ostacoli che negano la patente europea alla Turchia e ne intralciano l'inserimento a onte dei riconoscimenti e degli impegni sottoscritti?» si chiede la relatrice. «L'ostacolo indicato nel peso dei militari nella vita pubblica è stato superato con il ridimensionamento del loro ruolo, quando peraltro si deve a loro in epoca kemalista la difesa della laicità a oltranza». E continua: «Se nuove riforme sono avvenute e se il partito di radici islamiche che governa, eletto liberamente con il consenso dei militari, ha provveduto all'abolizione della pena capitale, all'introduzione della lingua della minoranza curda (14 milioni) nella scuola, alla revisione dei codici militari e civili, cosa resta fuori da questo quadro?». La Di Casola individua mancanza di chiarezza su cosa deve essere l'Europa: «Un grande mercato, una federazione politica, un club cristiano...?». Questa incertezza starebbe alla base dei rifiuti referendari di Francia e Olanda alla cosiddetta Costituzione europea, trovando nella Turchia un convincente capro espiatorio.
«Un disco rosso opposto alla Turchia avrebbe forti ripercussioni sul Paese, lo lascerebbe esposto agli euroscettici (sia pure una minoranza) e alla soddisfazione dei fondamentalisti islamici ostili al modello laico Kemalista. Lo spirito originario dell'Europa è andato perdendosi e un ingresso di questo Paese assumerebbe un significato storico non perchè la Turchia è Europa, ma perchè proietterebbe l'Europa fuori dall'Europa, arricchendola con il suo apporto originale in cui entra anche l'islam».