Violenze alla nipotina, condannato il nonno
PAVIA. Quanta fatica, quanto dolore le devono essere costate quelle parole. Raccontare a una ispettrice di polizia di quanto le faceva il nonno. Di quelle parole, «stai tranquilla, non ti succede niente», dell'anziano che le sollevava maglietta e mutandine e la toccava. In udienza, per sua fortuna, non ha dovuto andarci. Sulla base delle sue parole e dei riscontri trovati dagli investigatori, l'anziano imputato di violenza sessuale aggravata, è stato condannato a sei anni. Lui si è sempre difeso dicendo che 'quelle cose" non le aveva potute fare per una malattia alle mani.
Nel linguaggio giudiziario, la ricostruzione delle violenze è asettica, depurata da emozioni come dolore, vergogna, paura. I fatti si riferiscono agli anni compresi tra il 1998 e il 2000. La prima volta che la ragazzina subisce atti di libidine da parte del nonno, lei ha solamente undici anni. Il nonno si occupa spesso di lei, la porta a scuola e la riaccompagna a casa. Ed è qui, su un divano, che lui le si avvicina un giorno. Le blocca le ginocchia, le dice di stare tranquilla, poi le alza la maglietta e le abbassa le mutandine e inizia a toccarla, a indagare il suo corpo acerbo con le dita. E' il primo episodio riportato nel capo d'accusa. Il secondo caso è simile (si parla sempre di palpeggiamenti), ma questa volta l'anziano, che oggi ha 78 anni, agisce a bordo della propria automobile, con la piccola nipote sul sedile del passeggero. La ragazzina non parla a nessuno di quanto le è accaduto. Nemmeno alla madre, anzi, soprattutto alla madre perchè ha paura che qualcuno le possa separare. Un timore infantile, forse legato anche al senso di colpa che spesso colpisce le vittime di una violenza a sfondo sessuale. Ma un paio di anni dopo, la verità affiora. La ragazzina ha ormai 15 anni e nel frattempo è successo qualcosa di decisivo. Ha iniziato a frequentare una nuova scuola, vive in un ambiente diverso, non vede più il nonno con la frequenza di prima. Cosi il gelo che ha dentro si squaglia poco a poco. Fino a quando, proprio alla madre, affida il peso di una confessione. Parla come se fosse crollato il muro che arginava le sue angosce. E insieme a quelle immagini crudeli, consegna alla mamma una responsabilità di non poco conto: quella di querelare il padre. Autore degli atti violenti è, infatti, il padre della donna. Ma la signora non ha esitazioni e sporge querela. Vengono avviate le indagini, l'ufficio minori della squadra mobile si occupa di raccogliere ogni elemento e di prendere a verbale le dichiarazioni della minorenne e di tutti i testimoni utili a ricostruire la vicenda. Poi, all'udienza preliminare, l'anziano viene rinviato a giudizio. L'imputato si affida alla difesa dell'avvocato Carmelina Adamo, del foro di Milano, mentre la minorenne, per mezzo della madre, si costituisce parte civile con l'assistenza dell'avvocato Orietta Stella. Del giudizio vero e proprio non si può dire molto dal momento che tutte le udienze, data la delicatezza del caso, sono state celebrate a porte chiuse. L'imputato 78enne, a quanto pare, non ha mai modificato la propria difesa. Sin dai primi passi dell'indagine ha respinto le imputazioni dicendo che, a causa di una malattia alle mani, all'epoca dei fatti non sarebbe stato in grado di compiere le azioni descritte nei verbali e nel capo d'accusa. Una linea che, evidentemente, non ha convinto il Tribunale (presidente Bernini, giudici a latere Fenucci e Balduzzi). Il Pm Luisa Rossi aveva chiesto 6 anni e 6 mesi. La sentenza ha 'scontato" i sei mesi. La parte civile ha chiesto una cifra simbolica (3.000 euro) da devolvere alla Casa del Giovane.