Molière e "Il malato immaginario"

Molière interpretò 'Il malato immaginario" soltanto per quattro sere perché il 17 febbraio del 1673 fu colto, in scena, da una flussione di petto, che il pubblico, ridendo, credette una astuta finzione. Terminò faticosamente lo spettacolo e, portato a casa, vi spirò qualche ora dopo. Ancorché raccontata mille volte, la fine di Molière, è opportuno ricordarla per capire fino in fondo il senso segreto della commedia, certo più tragica che farsesca (come qualcuno, a cominciare da Voltaire, la intese e sbagliò): e infatti non soltanto per distrarre Luigi XIV"dalle sue nobili fatiche" Molière la farci di intermezzi e di danze, ma anche per accentuare l'asprezza della satira contro i medici e l'impotenza della medicina. Una satira assai più pungente che in altre opere molieriane, dal"Don Giovanni" all'"Amore medico", dal"Medico per forza" al"Signor di Pourceaugnac".
La commedia scorre su due piani: quello del divertimento, anche quando la storia sembra alludere ad uno stato maniacale nel protagonista. E l'altro, del sospetto che, scrivendo, la materia sia venuta inavvertitamente crescendo a Molière, e che egli abbia avuto bisogno di una più sofferta ed esaustiva perlustrazione, concernente l'uomo, con straordinarie illuminazioni. Nel corso della commedia, tutti si domandano quale sia la malattia di Argante; e la risposta non viene. Ma, dentro e fuori del copione e dello spettacolo, tutti si chiedono: chi é Argante? Sappiamo solo che è ricco, non che cosa faccia, anche se la sua destrezza nei conti ce lo fa immaginare in commercio, inteso in senso lato. Ecco; il tema del denaro è importante, come verificatore di realtà individuali. Argante è un po' avaro, ma, secondo la norma, ingiustamente prodigo per amore. Molière lo definisce semplicemente, ma significativamente, nel suo stato psicologico: malato immaginario, ossia non mentitore, ma calato In una verità tutta soggettiva. E il cammino del personaggio, mentre è di conoscenza del reale, é di combattimento con un declino dell'essere che, constatata la inefficienza delle medicine, ma anche sotto la pressione dei dubbi sollevatigli dal fratello, trova una conclusione nell'unità malato-medico.
Il che vuol dire, che uno la salvezza se la porta dentro, e, nello stesso tempo, che la malattia è una condizione permanente, che solo il soggetto può"sapere" e, quindi, governare. Può persino inventare sintomi e convincersi di averli. La malattia è nella mente.

IL MALATO IMMAGINARIO di Molière, con Massimo Dapporto, Susanna Marcomeni, Sebastiano Trincali; regia di Guglielmo Ferro (13-15 dicembre 2005).