Suor Celsa, inviata in Ecuador
PAVIA. Luis non ha ancora nove anni e staziona fino a sera accanto alle casse del supermercato di Portoviejo, cittadina sulla costa oceanica dell'Ecuador. Racimola qualche centavos imbustando la spesa ai clienti. E spingendo il loro carrello fino alla macchina. Luis, come Diego e Juanito, sono 'clienti" fissi di suor Celsa Lazzari, religiosa pavese da 5 anni missionaria in Ecuador. Ragazzi, spesso bambini, che rappresentano l'avanguardia della povertà in una regione, il Manabi, tra le più disastrate del Paese.
Vivono in capanne di canna di bambù, mangiano riso (quando c'è) tre volte al giorno e crescono in famiglie disgregate. Ma è proprio su di loro, sulle nuove generazioni, che la missione di cui fa parte suor Celsa sta lavorando. «Con grande fatica, ma anche con soddisfazione - dice lei, sgranando gli occhietti vispi e dolci dietro a un paio di lenti tonde - Ogni piccolo progresso è un grande risultato per noi». Ogni due o tre anni suor Celsa, cresciuta al Crosione e consacrata religiosa nell'ordine di Maria Consolatrice nel '43, torna in Italia, a Pavia. E trova parenti e amici pronti a darle una mano. Ma non ha una vera organizzazione locale alle spalle. E cosi si arrangia come può.
Ora, ad esempio, sarebbero tanto utili materiali scolastici (quaderni, penne, matite, colori), ma anche giochi per i più piccoli che non vanno a scuola e generi alimentari (pasta, riso, lenticchie e fagioli secchi, ad esempio sono graditissimi). «Non il tonno che invece per fortuna c'è - dice suor Celsa - l'Ecuador è il primo esportatore al mondo, come per le rose e le banane». Il Manabi, di cui Portoviejo è la capitale, è una regione povera. Sulla costa si vive di pesca e di stenti e si sta ancora peggio che nella sierra, l'entroterra dove qualcuno si arrangia coltivando riso o verdure. Sono tre le suore che lavorano con un sacerdote bergamasco, don Dario Maggi: una si occupa dell'educazione e del lavoro nei campi, un'altra sorella della fondazione sanitaria Buonasperanza (tenuta in vita da medici del posto che, finito il lavoro, prestano il loro servizio gratuitamente). «Sono seguiti da un professore originario di Santa Giuletta, Paolo Del Poggio, che tra l'altro trascorre spesso le sue vacanze come volontario in Ecuador» dice Suor Celsa.
Lei, invece, si occupa della catechesi. Da Pasqua a gennaio sono aperte le scuole ma quando la stagione diventa torrida i ragazzi restano a casa. «Abbiamo messo in piedi un oratorio per aggregarli, farli applicare in qualche attività, ma non è semplice vincere le vecchie consuetudini» spiega.
Gli uomini appena possono si sottraggono alla fatica. E cosi a lavorare sono sempre le donne. Accudiscono i figli, mandano avanti la casa, faticano per comprare da mangiare. Lo Stato elargisce bonus solidali da 15-18 euro, che bastano a malapena a fare la spesa una volta.
«Alcune donne come lavoro lavano i panni - spiega la religiosa - Nel senso che raccolgono la biancheria sporca di varie famiglie e poi la lavano a mano. Chiedono un dollaro ogni dodici capi di biancheria. E per guadagnare un minimo si sfiniscono di lavoro».
«I bambini cercano di racimolare qualche soldo in città: il sabato mattina li vedi sciamare per il corso con la loro scatoletta di legno per fare i lustrascarpe - dice suo Celsa - Oppure vendono caramelle sugli autobus. O ancora imbustano la spesa al supermercato e te la caricano in macchina».
A Pavia suor Celsa ha una sorella pure consacrata: suor Luisa Antonia lazzari, che lavora al Dosso Verde. Ed è lei, per chi volesse aiutare la missione in Ecuador, il riferimento pavese.