di Giorgio Boatti

VIENNA. Simon Wiesenthal è morto l'altra notte a 96 anni. L'infaticabile «cacciatore di nazisti» è stato l'austriaco più famoso del dopoguerra. La notizia della sua morte, avvenuta a Vienna, ha sollevato commozione non solo in Austria ma in tutta l'Europa Centro-orientale. Wiesenthal si è spento verso le 4,00 nella casa a schiera in un quartiere borghese della capitale mitteleuropea dove ha vissuto gli ultimi anni di una esistenza diventata spunto per innumerevoli film, libri e racconti.
Per più di mezzo secolo Simon Wiesenthal ha avuto un'unica meta, un solo scopo, un'insopprimibile ossessione: dare la caccia ai nazisti responsabili dell'Olocausto di milioni di ebrei e consegnarli alla giustizia affinché i loro crimini non rimanessero impuniti. «Temevo - ha detto una volta il fondatore del Centro di documentazione dei crimini nazisti da tempo conosciuto in tutto il mondo come Centro Wiesenthal - che le generazioni future, guardando ai nostri anni e all'Olocausto, potessero dire di noi: hanno lasciato che i nazisti, assassini di milioni di innocenti, la passassero liscia...».
Sono più di un migliaio i «signori della morte», responsabili dello sterminio nei lager, che sono stati catturati grazie all'impegno di Wiesenthal e dei suoi collaboratori. Anche se oltre mezzo secolo di caccia ossessiva non ha consentito la cattura dell'obiettivo numero uno, vale a dire quel dottor Mengele che uccise di sua mano, con orribili esperimenti condotti nei lager, migliaia di vittime, la rete di «intelligence» e di controinformazione che facevano capo al Centro, coordinato a Vienna da Wiesenthal, ha consentito di consegnare alla giustizia personaggi di primo piano.
A cominciare da Adolf Eichmann, il responsabile dell'immenso apparato logistico che deportava verso i lager, da tutta l'Europa, i destinati alla soppressione nelle camere a gas. Eichmann nel 1960 condannato alla pena capitale.
Un altro che pagò i suoi crimini solo per la determinazione di Wiesenthal fu il funzionario di polizia Karl Silberbauer, responsabile della deportazione e della morte di migliaia di ebrei nel lager di Bergen-Belsen, dove era stata assassinata anche Anna Frank.
Anzi, fu proprio la lettera di un ragazzo - che affermava di non credere alla reale esistenza della Frank, autrice del Diario tradotto e conosciuto in tutto il mondo - a indurre Wiesenthal a mobilitare ogni energia per individuare i diretti responsabili della morte della giovane ebrea olandese. E con un paziente lavoro di investigazione si arrivò cosi a individuare le responsabilità del funzionario di polizia che, dopo aver collaborato a tanti crimini, aveva ripreso tranquillamente la vita di sempre.
Simon Wiesenthal, nato in Ucraina nel 1908, non aveva certo scelto di fare - nella sua vita - il cacciatore di criminali. Aveva studiato ingegneria e stava lavorando come architetto quando la sua esistenza fu sconvolta dalla seconda guerra mondiale e dalla caccia agli ebrei scatenata dal nazismo dilagante in tutto il continente. Quasi novanta parenti di Wiesenthal furono annientati, in quegli anni, nei lager e Wiesenthal stesso conobbe più volte sia l'orrore dei campi di prigionia sia quello dei lager da cui riusci più volte a fuggire.
La sua vita, dopo quell'esperienza, non poteva più essere la stessa e cosi cominciò la sua caparbia opera di documentazione sui crimini del nazismo e dell'antisemitismo. Un'opera che, almeno per i primi anni, venne condotta in quasi totale isolamento poiché pochi - anche negli Stati riconquistati alla libertà e alla democrazia - volevano riaprire quella ferita che aveva svelato il cuore nero dell'antisemitismo e del razzismo che batteva nella civilissima Europa.
La determinazione di Wiesenthal, le sue azioni clamorose, la sua capacità di documentare puntigliosamente le accuse contro criminali nazisti che, tolta la divisa, erano tornati a civili occupazioni, spesso anche a incarichi pubblici di grande rilevanza, furono decisive nell'impedire che l'amnesia e la rimozione prevalessero.
Wiesenthal - dentro tutta la seconda metà del Novecento - ha rivestito con grandissima dignità il difficile ruolo del testimone ostinato, cocciuto, documentato. Per molti versi ha rappresentato chi non c'era più, è stato la coscienza pulsante che non ha consentito a nessuno di dimenticare l'orrore e la disumanità di cui ci si era macchiati. Altrettanto importante, e connessa a questa sua missione, è stata la sua instancabile azione di individuare e catturare - nonostante gli anni, i decenni trascorsi - i criminali nazisti che pensavano di averla fatta franca.
Individuare e catturare i responsabili di tali crimini significava, ancora prima che punire degli assassini, rendere giustizia a ciascuna delle vittime dei lager. Questa azione di giustizia implicava infatti il fare racconto e dare esatta ricostruzione a tutte le sofferenze, a ognuna di quelle uccisioni: e forse questo era il solo modo possibile per prendere con sé l'immane peso di quella tragedia. Non consentendo che l'oblio, alla fine, potesse prevalere.