Il Kriegskanzler dalle mille vite

BERLINO.Nella galleria dei cancellieri tedeschi, Gerhard Schroeder, il settimo, occupa un posto fuori classe: alti e bassi, luci e ombre, fuori dagli schemi dell ortodossia politica e spesso contro il suo partito, la Spd. Dei suoi successi e insuccessi porta da solo la responsabilità, e nell'ascesa e discesa il suo motto è sempre stato «my way» (a modo mio). Come nessun altro cancelliere prima di lui, Schroeder, il terzo socialdemocratico della Bundesrepublik dopo Willy Brandt e Helmut Schimdt, ha avuto una lunga successione di soprannomi. L'incrollabile fiducia in se stesso, una forza fisica quasi sovrannaturale e la fedeltà incondizionata delle donne (tante) al suo fianco, sono stati gli ingredienti della sua eccezionale carriera politica. Il partito ha avuto quasi un ruolo accessorio, di alimento mitologico, anche se Schroeder non tende al melodrammatico. Una sola volta, dopo le dimissioni nel febbraio 2004 da leader Spd per cercare di sedare lo scontento della base per le riforme sociali, parlò del partito con devozione e emozione. Ma fu la sola volta.
Medienkanzler, Industriekanzler, Spasskanzler, Brionikanzler, Cachemirkanzler, Cohibakanzler, Bastakanzler, Kriegskanzler: sono gli appellativi che hanno accompagnato la sua parabola pubblica e privata a seconda se fosse il cocco dei media o dell'industria, se mostrasse propensione per lo spasso e il lusso, i vestiti Brioni, il cachemire e i sigari cubani, o facesse il duro sbattendo il pugno sul tavolo (basta), o andasse in guerra fuori dell'area Nato (Kosovo e Afghanistan). Ma anche, come con le riforme sociali che potrebbero costagli la testa, «Reformkanzler», il cancelliere delle riforme.
Quando il 27 settembre 1998 sconfisse Helmut Kohl da 16 anni al potere, Schroeder segnò un record: nessuno prima di lui era riuscito a battere alle urne un cancelliere in carica (prima i cambi di maggioranza erano sempre stati decisi al Bundestag). Fu anche il primo a guidare una coalizione rosso-verde anche se forse lui avrebbe preferito una grande coalizione. Ed è stato anche il cancelliere di una nuova era, quella del passaggio da Bonn a Berlino, la Berliner Republik della Germania unificata, il cancelliere della generazione del '68, del Nuovo Centro, della Terza Via, il cancelliere pacifista del «no» tassativo alla guerra in Iraq, per il quale non esitò a rischiare la peggiore crisi transatlantica del dopoguerra, guadagnandoci però la vittoria alle elezioni nel 2002.
E anche il cancelliere di una nuova dottrina estera: difesa degli interessi nazionali, meno punta di piedi sulla scena internazionale, vocazione da potenza globale con ambizione a un seggio permanente all'Onu. Schroeder è stato anche colui che ha avviato il più ardito pacchetto di riforme sociali (Agenda 2010) dopo l'era Kohl: da allora, marzo 2003, ha perso tutte le elezioni regionali e la fuga dalla Spd è inarrestabile (175.000 iscritti).
Le conseguenze sono state drammatiche, per lui e il partito: dimissioni da leader Spd nel 2004, dimissioni, di fatto, da cancelliere il 22 maggio scorso, dopo la debacle nel Nordreno-Vestfalia, con l'annuncio di elezioni anticipate. Schroeder chiede ora ai tedeschi un terzo mandato: nessuno crede che ce la farà. Tranne lui.