Storia del "Pirellino" firmato da Giò Ponti

VOGHERAForse non sarà l'opera più riuscita di Giò Ponti, ma è un dato di fatto che il palazzo di via Bellocchio che i vogheresi chiamano 'il Pirellino" porta una grande firma. La firma, appunto, di Giò Ponti: l'architetto e designer che i libri di testo di tutto il mondo definiscono «padre della rinascita architettonica italiana del dopoguerra». Il palazzo, che va in vendita insieme a gran parte del patrimonio Gallini, è stato soprannominato 'Pirellino" per la paternità del progetto: Giò Ponti, infatti, è noto anche al grande pubblico di chi non segue le vicende della storia dell'architettura per aver disegnato il grattacielo Pirelli di Milano. Il 'Pirellone", appunto.
Il vogherese 'Pirellino", ora, va in vendita diviso in lotti: 14 tra appartamenti ed uffici e un auditorium (la 'sala Gallini" chiusa e abbandoinata da anni), per un totale (a base d'asta) di un milione e 650mila euro. Resta da capire se (ed eventualmente quanto), sarà modificato: nel bene e nel male, è un pezzo della storia di Voghera che sta per cambiare. Una storia che merita di essere riassunta: il progetto originale, datato 1958, precede di poco quello, molto più famoso, del grattacielo Pirelli. Una sorta di 'prova generale" per l'ambientazione delle teorie moderniste seguire da Giò Ponti in un contesto urbano centrale. Originariamente, però, il 'Pirellino" di Voghera doveva essere doppio: il primo corpo di via Bellocchio cosi come si presenta oggi, il secondo, più basso di quello effettivamente realizzato, affacciato su via Emilia al posto dello storico palazzo Gallini. Di fatto, però, venne realizzato solo il corpo interno: non si sa se perchè finirono i fondi a metà del cantiere o se per altri motivi. I più maligni, tuttavia, raccontano un'altra storia. Dicono che l'intero progetto non venne realizzato perchè, visti i disegni e i plastici, ci si accorse che un palazzone modernista affacciato su via Emilia sarebbe stato «poco ambientabile con l'urbanistica circostante». Un giro di parole che gli architetti educati usano per dire che il lavoro di un collega è brutto. (s. ro.)