Mandato di sette anni, ma Fazio resta

ROMA. Mandato a termine per il governatore della Banca d'Italia (sette anni non rinnovabili), ma Antonio Fazio resta al suo posto. «Se qualcuno sente di aver ben operato si comporta come gli suggerisce la propria coscienza - dice Silvio Berlusconi a chi gli chiede se Fazio dovrebbe dimettersi ora che cambiano le regole - Non credo che si debbano prendere decisioni sotto la pressione e l'impatto dei media, ma pensando alla realtà delle cose e alla correttezza del proprio operato». Il governo, dunque, non chiede le dimissioni. La Lega vince, ma An non ci sta.
«Di solito - dice Altero Matteoli, ministro dell'Ambiente - quando ci sono dei cambiamenti cosi forti con l'introduzione di un mandato a termine, chi è titolare di quella carica si dimette. E' questione di buon senso». Si associa anche Alemanno, Politiche agricole: «Fazio faccia un passo indietro».
Il consiglio dei ministri vara («All'unanimità, era il miracolo che avevo annunciato», dice il premier) la riforma della Banca d'Italia. Non c'è alcun cenno al limite d'età a 70 anni. La Lega non ne voleva sentir parlare e alla fine è passata la sua linea. Di più: le nuove regole sul governatore, secondo quanto stabilito dalle norme della Bce, non si applicano a chi è in carica.
Ma se queste riguarderanno il successore di Fazio, quelle sul capitale della banca, sulla collegialità e la trasparenza delle decisioni, entreranno in vigore non appena verrà approvata la legge sul risparmio in discussione al Senato, legge alla quale la riforma di Bankitalia viene aggregata come emendamento.
Il capitale della banca, ora diviso fra istituti di credito privati e compagnie di assicurazione, diventerà pubblico. In attesa di un regolamento di attuazione della norma (3 mesi per vararlo sempre dall'entrata in vigore della legge) banche e compagnie non possono esercitare il voto. «La vera rivoluzione», dice Roberto Calderoli, Lega, ministro delle Riforme. «E' una scelta fatta per recidere i sospetti, sia pur lontani, di un conflitto di interesse fra vigilati e vigilanti», smorza Domenico Siniscalco, ministro dell'Economia.
Fra gli altri punti della riforma la collegialità delle decisioni (il governatore dovrà chiedere un parere preventivo al Direttorio per gli atti che hanno «rilevanza esterna»), la loro trasparenza con la pubblicazione degli atti della Banca che devono essere sempre messi per iscritto e motivati (cade il «principio di riservatezza»). In più il governatore riferirà ogni sei mesi a governo e Parlamento. «Un positivo punto di partenza che avrà bisogno di opportuni approfondimenti», è il commento che arriva dalla Banca d'Italia.
«Questa riforma ridarà credibilità a una delle migliori istituzioni del Paese - dice ancora Berlusconi presentandola - si tratta di un corpo di regole innovative». «C'è un problema di credibilità dato dalla bontà delle regole», conferma Siniscalco che annuncia altri provvedimenti «per coordinare meglio, soprattutto sui tempi, le attività di Consob e Banca d'Italia». E' un accenno a ciò che nella riforma non c'è: il passaggio della vigilanza all'Antitrust. E quando si chiede se nella legge sulle intercettazioni si toglierà a Consob il potere di deciderle in autonomia, Siniscalco fa ampio cenno di no, mentre Berlusconi ammette che qualcuno (leggi la Lega) ha sollevato la questione, ma che «per ora non si farà».