Fazio sull'orlo delle dimissioni


ROMA. «La lettera di dimissioni è già pronta». «Notizia priva di fondamento». Ultimi flash di una giornata convulsa con il governo che accelera sul caso Fazio-Banca d'Italia. Il governatore appare sempre più isolato, ieri anche il ministro La Malfa lo ha abbandonato: «Meglio se si dimette».
Dimissioni, mandato a termine, azionariato pubblico e l'asse Berlusconi-Lega che si rinsalda. «Sono certo che venerdi in consiglio dei ministri troveremo una soluzione condivisa da tutti», dice Roberto Maroni, leghista, ministro del Welfare. Un altro ministro, Giorgio La Malfa, Politiche comunitarie, repubblicano, ha chiesto ieri a Fazio di dimettersi «nell'interesse precipuo dello Stato e della Banca d'Italia».
Su tutto si allunga l'ombra dell'inchiesta giudiziaria su Antonveneta, con i magistrati romani che starebbero - annuncia un'agenzia - per convocare il governatore della Banca d'Italia per interrogarlo e consegnargli un avviso di garanzia. La notizia è smentita nel primo pomeriggio. «Allo stato non è in programma un interrogatorio del governatore», dice il procuratore Achille Toro.
Che il governo abbia deciso di agire lo testimoniano le aperture della Lega a un cambiamento «che non sia punitivo nei confronti di Fazio», il vertice di ieri sera fra Berlusconi Maroni, Umberto Bossi, Roberto Calderoli, ministro delle Riforme, il vicepremier Tremonti (collegato via telefono) e il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni. E poi l'insistenza dell'Udc.
«Spero che il governo non faccia finta di niente», dice Bruno Tabacci chiedendo che sia dato il via libera a due suoi emendamenti alla legge sul risparmio in discussione al Senato: mandato a termine del governatore e vigilanza sulle banche all'Antitrust. Emendamenti appoggiati dal centrosinistra.
Il cambiamento ci sarà ma non in questo senso. Il governo presenterà un progetto di riforma di Bankitalia che preveda il mandato a termine del governatore (8 anni), che cambi l'azionariato della banca (oggi diviso fra le maggiori banche italiane facendo si che chi è controllato sia anche azionista di chi controlla) facendolo diventare pubblico. Niente vigilanza all'Antitrust, però, e destino di Fazio che potrebbe non essere segnato anche se - è ancora Maroni a parlare - «non può essere il governo a costringere il governatore alle dimissioni, Ma è chiaro che se uno vuole dimettersi è libero di farlo».
Cambiare, dunque. Ma il governo, ora in affanno e in apparenza diviso, deve trovare una soluzione che permetta di ribaltare a suo favore il cambiamento su Banca d'Italia. L'azionariato pubblico da solo non basta. «E' questione irrilevante - dicono fonti di via Nazionale - le banche sono azioniste, ma non contano niente, decide il governatore». Quindi va cambiato il meccanismo di governo. «Sono d'accordo con Siniscalco per una riforma vera», dice ancora Maroni. Scopo ultimo? Il controllo della Banca da parte del Tesoro e, magari, la possibilità di ottenere parte delle riserve (vecchia idea di Tremonti) per l'ultima finanziaria di Berlusconi?

Alessandro Cecioni