Dal trapianto alla «monda»

LOMELLO.Sul grande schermo Silvana Mangano ha consegnato all'immaginario collettivo la figura della mondina impegnata a strappare a mano le erbe infestanti, china sotto il sole cocente, con i piedi e le mani nell'acqua fangosa, insidiata dalle zanzare. La Lomellina, con il Vercellese e il Novarese, è famosa in tutta Italia per la coltivazione del riso, che oggi differisce in larga parte dalle tecniche adottate dai fittabili fino a mezzo secolo fa.
Le immagini che hanno fatto diventare la Mangano una diva del cinema riguardano in buona parte il lavoro in risaia, e in particolare la monda, sistema che raggruppa diversi generi di lavoro contadino. C'era la monda vera e propria che avveniva da fine maggio a giugno e, solo saltuariamente, in luglio, e il trapianto, tecnica che fu introdotta in Italia dall'agronomo Novello Novelli e che si diffuse su vasta scala a partire dagli anni Venti del secolo scorso. Secondo le informazioni raccolte dall'etnografa cozzese-vigevanese Maria Antonietta Arrigoni, il trapianto si eseguiva quaranta giorni dopo la nascita delle piantine nel vivaio. In genere, le operazioni di mondatura erano portate a termine dalle mondariso locali una sola volta nelle risaie trapiantate e due volte nelle risaie seminate, dove intervenivano anche le migranti. Per molti decenni, la Lomellina dette lavoro a migliaia di mondine provenienti dall'Oltrepo Pavese, dalle province dell'Emilia, dal Piemonte collinare e dal Veneto. Il fenomeno fu un'autentica epopea che si protrasse fino agli anni Sessanta: all'inizio dell'estate migliaia di donne, accolte alla stazione di Mortara, erano smistate nelle cascine dei paesi lomellini e assunte per la monda del riso. In risaia ogni squadra di mondine procedeva allineata in avanti: le erbe estirpate venivano fatte passare di mano in mano e depositate nei solchi dalle due lavoratrici che si trovavano ai lati del pianon, il terreno spianato per accogliere l'acqua della risaia. L'allineamento favoriva la comunicazione e l'operazione era considerata meno faticosa di quella del trapianto dove era richiesto un ritmo incalzante: nella mondatura, invece, potevano esserci momenti di relativo riposo quando si incontrava un tratto di risaia con poche erbacce. Tra l'altro, l'organizzazione del campo a pianon si spiegava proprio con gli spazi per le erbacce (i solchi, appunto) rispetto a cui, soprattutto nell'Ottocento, si appuntarono le critiche degli igienisti e dei medici, che consideravano la putrefazione delle infestanti lasciate nei solchi fonte di pericolose malattie. Le erbe maleodoranti venivano rivoltate nell'acqua a mani nude: a ogni donna era assegnato un solco. L'orario di lavoro raggiungeva le dodici ore giornaliere: dopo una prima monda ce n'era spesso una seconda, dopo una ventina di giorni, e poi anche una terza.
Questa era la monda delle lavoratrici giornaliere: la gerarchia professionale della campagna prevedeva, però, anche l'impiego delle obbligate, le mogli e le figlie dei salariati, obbligati a vivere e a lavorare in cascina a differenza dei paisan, i contadini giornalieri. A luglio e ad agosto, le obbligate venivano mandate sia a estirpare il riso crodo, il cereale selvatico che maturava precocemente, sia a rivoltare le erbacce lasciate nei solchi, per evitare che riattecchissero. Da segnalare, infine, che il trapianto manuale, nonostante i ripetuti tentativi di meccanizzazione, fu attuato sin oltre gli anni Cinquanta: richiedeva grandi quantità di manodopera poiché doveva essere realizzato in un tempo breve. Alle mondine locali toccava il compito di estirpare le piantine del vivaio e di legarle a mazzetti: in genere, quest'ultima mansione era svolta da donne anziane. Nella risaia, poi, mentre un uomo o un ragazzo gettava i mazzetti di riso nell'acqua, le donne si occupavano di impiantarli, procedendo anche qui a squadre allineate, ma all'indietro. Qui le squadre potevano essere molto più numerose rispetto a quelle della monda.
Umberto De Agostino