Ecco le saette targate Roma

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scagliato da Roma, dal ministro della Salute.
Sono in molti - lo sappiamo - che in queste ore, davanti al siluramento del dottor Azzaretti da commissario straordinario del San Matteo, stanno cercando di decifrare l'accaduto secondo le collaudate regole del manuale Cencelli, ovvero delle logiche della lottizzazione, passata e presente. E delle lottizzazioni future, ovviamente. Visto che le elezioni politiche sono ormai alle porte e sui prossimi equilibri peserà non poco un centro di potere come il Policlinico (che, ovviamente è - soprattutto per chi ci lavora o vi ricorre come paziente - ben altro. Ovvero luogo di ricerca e cura, di speranza e dolore, di lavoro e affetti).
Non ho una particolare attitudine a decifrare la mappa dei perdenti e dei vincenti nella complicata partita che - soprattutto nelle schiere dei partiti di governo - si sta giocando in queste ore, sul tema del San Matteo, tra Roma, Milano e Pavia. Tuttavia non dimentico come questi fulmini saettati da Roma costituiscono lo speculare controcanto delle «ascensioni al cielo» che, sempre per interventi ministeriali, hanno via via nominato i commissari straordinari - Morini e Conac e Azzaretti stesso - che si sono succeduti dal 1992 ad oggi al vertice del San Matteo.
Ritengo però che tra istituzioni - seppure di dissimile potere - non guasterebbe un po' di garbo, un calibrare tempi e modi, un valutare con rispetto e attenzione quello che le persone hanno rappresentato e rappresentano nel loro contesto. Soprattutto quando queste persone, come Azzaretti, sono impegnate a far da garanti a un difficilissimo passaggio dove è in ballo il futuro e il prestigio del San Matteo stesso.
Concretamente: è stato valutato l'impatto che una mossa di questo genere può avere sulla sfida impegnativa - in termini scientifici, ma anche economici - dell'adroterapia portata avanti da quello strano ibrido costituito da una Fondazione privata, istituita dal Ministero della Salute, con il coinvolgimento di soggetti pubblici rilevantissimi per la nostra comunità pavese? Siamo proprio sicuri che il progettato Cnao, centro nazionale di terapia oncologica, che questa Fondazione dovrebbe gestire, non ne uscirà ferito a morte? E la nuova «torre del Policlinico» di cui Azzaretti si è fatto garante - magari con approcci fuori tempo, connotati su usi e stili diversi da quelli attuali - che fine farà? Azzaretti, comunque, non è mai rifuggito dall'assumersi responsabilità dirette; ma ora, con questo provvedimento repentino, siamo sicuri che la nuova realizzazione non finirà come altri fantasmi che circondano il San Matteo?
Il timore, non lo nascondo, è che questo modo di intervenire sul San Matteo possa, interrompendo le rischiose e impegnative scommesse in corso, costituire l'alibi che potrebbe giustificare qualche possibile fallimento. Dove le responsabilità verrebbero palleggiate tra un parte e l'altra e, quindi, alla fine, gli sbagli e i fallimenti non sarebbero più di nessuno.
Detto questo, emerge, con chiarezza, come questo sistema del commissario straordinario - che in Lombardia ci accomuna a rilevanti istituzioni scientifiche quali l'Istituto Besta e l'Istituto Tumori, mentre per il Policlinico di Milano Sirchia fece in tempo a rivestire la sua creatura con l'abito di una fondazione - non può più reggere.
Come dimostrano anche i pronunciamenti di vari organi, e sicuramente anche il contendere legale che si aprirà tra Azzaretti e il Ministero, c'è un immane vuoto legislativo da colmare. A cominciare dalla Regione Lombardia dove giace, da tempo, un progetto proprio sugli Irccs da discutere e varare. Un obiettivo da stringere, se non si vuole che da Roma, alla faccia del decentramento, si continui a fare il bello e il cattivo tempo su istituzioni scientiche e di cura che, oltre ad avere rilevanza nazionale, incidono, e non poco, nella vita di quelle comunità che hanno contribuito - con lo studio, il lavoro, le donazioni generose di generazioni - alla loro grandezza.
Perché il San Matteo, oltre ad essere un fiore all'occhiello della ricerca e cura italiane, è parte inscindibile del passato e del presente della comunità pavese. E di questo dovrà tenere conto la Regione Lombardia quando, varando la nuova normativa - la cui assenza ha consentito il «fulmine di Storace» - dovrà ammettere nei comitati d'indirizzo le voci rilevanti che le istituzioni qui radicate, dall'università all'ente locale, debbono esprimere. E questo non certo per ripetere vecchi copioni ma per instaurare un corretto rapporto di dialogo e di trasparenza su progetti comuni. Poi occorrerà anche un direttore generale, scelto in base all'esperienza e ai meriti professionali e scientifici, provvederà al governo quotidiano. Ma, questo passo, appartiene già al futuro prossimo.
Per ora la cosa rilevante è impedire che il San Matteo, il suo patrimonio scientifico e umano, le sue scommesse, vengano feriti a morte dalle repentine decisioni romane. Qualunque sia la posta in gioco, né il San Matteo, né la comunità pavese meritano di continuare il copione delle saette incenerenti e delle ascensioni all'Olimpo. Sarebbe tempo, invece, di scendere sulla terra. Quella fatta di lavoro concreto, di meriti professionali e di trasparenza che ha reso grande e rispettato il San Matteo. E la Pavia che, da sempre, gli sta accanto.
Giorgio Boatti