LESA MAESTA' CALCISTICA


LA logica del pugno di ferro sembra continuare implacabilmente. Il Genoa in C1: e con tre punti di penalizzazione. Ieri, invece, la scure legalitaria s'era abbattuta con particolare ferocia, in serie A, su Torino e Messina: sicché i tifosi peloritani hanno pensato bene di bloccare i traghetti carichi di turisti, che in questi giorni attraversano frenetici lo Stretto per le agognate vacanze, dalle ventidue alle cinque di mattina. Fatto che in ogni Paese civile sarebbe da ritenersi almeno grave: mentre da noi quasi non fa notizia. Ma per gli ultras (e non solo per loro) non v'è dubbio alcuno: si tratta, da parte degli organi giudicanti, di lesa maestà calcistica. Del resto la vita, di questi tempi, è già cosi dura e avara: dopo il panem vogliamo ora togliere a questi padri di famiglia anche i circenses? E poi lo sanno tutti: sono anni che le tifoserie militarizzate hanno più presa delle organizzazioni sindacali, serbatoio sicuro di voti per tutti i partiti. Come ogni estate gli italiani assistono non si sa se più attoniti o annoiati: mentre almanaccano e scommettono sulla composizione dei futuri calendari dei campionati, che sono sempre meno il frutto di regolari verdetti calcistici. La domanda s'impone ineludibile: il calcio malato sta risucchiando quello sano che ancora resiste? Il tumore è andato davvero in metastasi, al punto che nessun intervento chirurgico salverà mai il paziente agonizzante? Credo che la domanda sia mal posta, e non riducibile ad una mera questione di bilanci: quella calcistica è una logica tribale, fondata su un mero sentimento d'appartenenza, sulla brutalità d'una fede cieca e immotivabile, lontanissimi dal pio e ipocrita motto decoubertiniano che l'importante è partecipare.
Ma il guaio è che tale logica - e qui sta l'insanità radicale e generalizzata - s'è impadronita dell'intera società e la governa: fino a presiedere i più profondi meccanismi identitari. Gli stadi fa sempre bene frequentarli: non ci si stupirebbe più delle uscite pubbliche di tanti nostri leader politici, di quelli che amano parlare a nome della 'gente", di interpretarne ambizioni e desideri.
La politica, del resto, rimane la migliore cartina di tornasole. Statene certi: nei prossimi giorni, sono pronto a scommettere, assisteremo alla corsa di deputati e senatori all'interrogazione parlamentare su una squadra o sull'altra, per puro calcolo elettoralistico, per ridicolo localismo. E noi semplici cittadini cosa possiamo fare? Siccome ancora credo ad un antico imperativo kantiano - agisci come se il tuo gesto dovesse e potesse essere quello di tutti gli altri -, mi limito ad una modesta proposta: se sentite un politico, di destra o di sinistra non importa, dichiarare pubblicamente la sua fede calcistica, compiacersene, non votatelo più. Ecco: non votiamolo più. Si potrebbe cominciare da qui.

Massimo Onofri