Le carte di Pollock a Venezia
VENEZIA.È lei, Peggy Guggenheim, a scoprirlo nel lontano 1943: la prima persona influente nel mondo dell'arte che si interessa a lui, Jackson Pollock, artista animato di lucido delirio. Lo lancia e ne fa il pittore di punta della sua galleria a New York. «Finché non abbandonai l'America, e cioè dal 1943 al '47, mi dedicai a lui. Pollock era un tipo difficile, ma aveva anche un lato angelico. Come un animale in gabbia che non avrebbe mai dovuto lasciare il Wyoming, dov'era nato». Cosi, l'indomita e ribelle collezionista di artisti astratti e surrealisti ricorda il suo pupillo. Peggy è la prima a commisionargli un grande dipinto per la sua casa a Manhattan. La prima a farlo esporre e a passargli uno stipendio mensile. La prima a portare in Europa - alla Biennale del 1948 - le sue opere, e a organizzare due anni dopo la personale dell'artista nel vecchio continente, ancora una volta a Venezia. Sono passati più di cinquant'anni, e Pollock è di nuovo qui nella città dei Dogi. Ancora una volta in tempo di Biennale e proprio alla Peggy Guggenheim collection (Palazzo Venier dei Leoni, 701 Dorsoduro, tel. 041-2405411; sino al 18 settembre), con una mostra sorprendente dedicata alle sue carte, che ha riscosso nei mesi scorsi uno strepitoso successo nella sede berlinese del museo. Sfilano 55 opere su carta che raccontano l'evoluzione stilistica dell'artista, dal 1935 al '56, anno della tragica morte in un incidente stradale. Perché le carte, argomento al quale non veniva dedicata una rassegna di ampio respiro da venticinque anni, sono un segmento della produzione cui Pollock attribuiva la stessa importanza delle tele. Non sono mai disegni preparatori, infatti, ma opere d'incredibile forza espressiva, che trasferiscono la violenta gestualità dei dipinti in una scala più intima. Pollock voleva dipingere l'inconscio, lui che era stato per anni in analisi perché - spiega - «se dipingi il tuo inconscio le figure devono per forza emergere. Tutti noi siamo influenzati da Freud. Io sono stato a lungo junghiano. La pittura è uno stato dell'essere. La pittura è la scoperta di sé. Ogni buon artista dipinge ciò che è». E Pollock è stato un genio, e come tutti i geni ha bruciato la sua vita in pochi anni. Un giornalista americano riassume in pochissime parole le tappe dell'artista: 1930-47, la ricerca di sé; 1947-50, il raggiungimento di sé; 1950-56, la perdita di sé. Aveva 44 anni la notte dell'11 agosto quando, completamente ubriaco, si schiantò contro un albero con la sua Oldsmobile decappottabile verde del '50. Ed era già un mito negli Usa. Lui, dall'esistenza tormentata, turbolenta e autodistruttiva; lui, che aveva travolto il mondo dell'arte buttando via pennello e cavalletto, il pioniere della pittura gestuale, il più grande degli espressionisti astratti. È passato alla storia come l'inventore del dripping, la tecnica messa a punto nel 1946 che - abolito qualsiasi centro nel dipinto - consisteva nel lasciar sgocciolare il colore puro direttamente sulla tela, in una specie di danza tribale. Pollock girava intorno al quadro, lavorava da ogni lato; utilizzava una stecca, o versava direttamente il colore dal barattolo. Ogni tanto inseriva sabbia, schegge di vetro, sassi, cordicelle, chiodi... Jack the dripper fu il sarcastico nome che gli affibbiò la rivista Time, con un gioco di parole che si riferiva al celebre assassino, Jack the ripper (Jack lo squartatore), e sottolineava la violenza che molti percepivano nelle sue opere.
Chiara Argenteri