Seicentomila musulmani spaventati


LONDRA.Rimanete chiusi a casa. L'ordine per gli oltre 600mila musulmani che vivono a Londra - si tratta della comunità più grande nel pur sterminato puzzle etnico-religioso degli 8 milioni della metropoli - arriva da un organismo autorevole e prestigioso, la Commissione per i diritti umani islamici (Ihrc), a poche ore dalla sanguinosa scia di attentati che ha colpito ieri drammaticamente la capitale inglese.
«Condanniamo con tutto il nostro sdegno gli attacchi terroristici nella metropolitana e negli autobus londinesi, ma temiamo francamente rappresaglie: perciò invitiamo i nostri correligionari a mantenere la calma e ad evitare provocazioni», ha spiegato ieri il presidente dell'Ihrc, Massud Shadjareh. Sono in molti a Londra a ricordarsi il clima di ostilità e di discriminazione verso gli arabi calato sulla città subito dopo le stragi di New York (nel settembre 2001) e di Madrid (nel marzo del 2004). Finora, peraltro, i fatti gravi seguiti a questo radicalizzarsi di posizioni, a Londra non sono mai stati numerosi.
Ma il clima era già certamente cambiato. E ormai l'immagine di capitale multietnica, multireligiosa e multiculturale, esaltata appena ieri in occasione della vittoria dei Giochi olimpici del 2012, non rassicura i musulmani, che si sentono ancora una volta, e più fortemente, sotto tiro.
«Siamo molto preoccupati per i contraccolpi», spiega francamente Shadjareh. «Per questo, abbiamo chiesto a tutti i musulmani di evitare di uscire di casa, a meno che non sia necessario; e soprattutto - aggiunge - le donne musulmane sono a rischio e non devono andare in giro da sole, dopo quello che è successo».
La comunità di Londra è molto composita, sia da un punto di vista razziale che sociale e dunque anche politico. Si va dai ricchi sceicchi che vivono nelle lussuose ville di Mayfair - il quartiere vip del centro diplomatico - fino ai sottoproletari pachistani o libanesi dell'estremo sud-est della capitale. Su seicentomila persone, i gruppi più consistenti sono gli arabi (libanesi, siriani, iracheni), circa il 21 per cento, i pachistani (il 43 per cento) i bengalesi, 17 per cento). «Nel caso di attacchi antimusulmani - osserva ancora Shadjareh - invitiamo tutti a non reagire e a rivolgersi alla polizia e alle autorità preposte».
Non tutti i musulmani inglesi sono però d'accordo con il pre-allarme lanciato dall'Ihrc: «Mi sembra un po' esagerato, sopra le righe, non credo che qualcuno stia puntando il dito contro di noi», replica l'imam della Moschea di Birmingham, Mohammed Naseem. «Siamo sconvolti e condanniamo senza riserve questo orrendo crimine. Offriamo tutto il nostro appoggio». Ma anche l'imam esprime qualche preoccupazione: non tanto per la reazione della gente, quanto per quella del governo Blair che potrebbe essere tentato di usare in modo scorretto le leggi antiterrorismo, creando un clima di sospetto sulla comunità musulmana. «Se si creano sospetti infondati, l'armonia tra le diverse etnie della società britannica sarà la prima vittima degli attentatii».

Elisa Pinna