Piccole imprese, liquidità a rischio senza Tfr

ROMA. La riforma del Tfr toccherà soprattutto loro, le piccole e medie imprese. Sono loro, da sempre più in difficoltà a reperire capitali da investire attraverso il sistema creditizio, a dover far fronte al costo del dirottamento dei soldi accantonati per il trattamento di fine lavoro dei dipendenti nel fondi pensione. Come vivono questa rivoluzione? Come si preparano? Qual è il loro grado di comprensione del problema? Abbiamo chiesto al Centro studi Sintesi della Cgia di Mestre di svolgere per noi una ricerca su questo tema. Ne viene fuori un quadro per certi versi contraddittorio, certo articolato.
Più di un'impresa su 4 non sa niente dell'argomento, ma chi lo conosce ne dà giudizi approfonditi e condivide in molte parti la necessità di un intervento di integrazione per le pensioni. Consapevolezza, adattamento, capacità di analisi, si dimostrano ancora una volta le doti caratteristiche del sistema delle Pmi italiane. Anche davanti a scelte, è il giudizio del 70,6% degli intervistati, che avranno conseguenze sulle aziende.
Che cosa rappresenta il Tfr per le piccole imprese? La risposta a questa domanda - ci dice l'indagine - fornisce una duplice interpretazione: è una risorsa, ma anche un costo. «Il Tfr accantonato può essere visto come una risorsa finanziaria 'naturalmente" a disposizione dell'azienda, utile sia per fornire ulteriori disponibilità liquide che per finanziare progetti di investimento. È comunque vero che le liquidazioni sono una disponibilità fittizia, una somma che deve essere pagata a conclusione del rapporto con il lavoratore dipendente, costituendo dunque un'uscita di cassa per l'azienda. A giudicare dalle risposte fornite dagli intervistati esso sembra essere visto soprattutto come un costo (64% degli imprenditori)». E' anche vero, però che un'impresa su quattro lo consideri tra le risorse.
Che ne sanno davvero le aziende della riforma? L'imminente varo delle norme non coglie di sorpresa, ma il 27,8% degli imprenditori dice di non aver sentito parlare della proposta. Percentuale che nel Sud sale al 36,4%. E' vero, però - fanno notare i ricercatori - che il 72,2% informato «dimostra che se qualche tempo fa per le aziende il problema del conferimento del Tfr dei dipendenti in fondi pensione non appariva particolarmente pressante, oggi è possibile percepirne le conseguenze».
Sul gradimento si esprime favorevolmente il 49,1% delle imprese. Con un dato che sale a oltre il 50% (52,3 e 61,1) nel Centro e nel Sud. Il 30% boccia la riforma con Nord Est e Nord Ovest che vanno al 37,5-37,6%.
«Non va trascurato - dice la Cgia - che gli imprenditori si rendono conto che l'attuale sistema previdenziale, con il progressivo invecchiamento della popolazione ed un mercato del lavoro sempre più flessibile, deve essere in qualche modo rivisto e riformato per adeguarsi ai mutamenti economici e sociali del Paese».
La possibile deduzione sul reddito di impresa pari al 6% dell'importo del Tfr smobilizzato (proposta per le imprese con meno di 50 dipendenti) raccoglie adesioni positive in quasi il 70% dei casi, confermando come le valutazioni positive prima descritte debbano essere in larga parte imputate agli interventi di sostegno che accompagnano la riforma.
«E' evidente - dicono i ricercatori - che le piccole imprese si rendono conto che la riforma potrebbe produrre come effetto immediato una riduzione delle risorse economiche proprie dell'azienda, con la conseguente necessità di ricorrere a strumenti finanziari». Ci saranno conseguenze economiche e quali? Solo un'impresa su quattro, per i pagamenti di tutti i giorni, si affida a liquidità interne, mentre oltre il 30% utilizza strumenti bancari. La maggioranza relativa impiega entrambi i canali (44,2%). «Ciò dimostra come le piccole imprese siano già fortemente orientate ad adottare i canali bancari per le spese quotidiane: è lecito ipotizzare quindi che, a fronte di maggiori esborsi periodici determinati dalla riforma del Tfr, vi sarà una maggiore attitudine a rivolgersi agli istituti di credito, con il conseguente ricorso a forme di indebitamento più o meno consistenti e dilazionate nel tempo».
Che la riforma non sia indolore lo dimostrano altri dati. Meno di tre imprenditori su dieci (e si sta parlando nella maggior parte dei casi di imprese con uno o due dipendenti) si dichiarano convinti che la riforma non produrrà alcun effetto negativo per la propria impresa, mentre meno del 6% degli intervistati non ha ancora le idee chiare.
Il 29%, invece, prevede l'insorgere di problemi di liquidità che, il 21,2% crescita dell'indebitamento dell'impresa, il 19,2% un maggior ricorso a prestiti bancari. La riduzione delle risorse proprie dell'azienda, e dunque della capacità di autofinanziamento, potrebbe comportare una riduzione degli investimenti per il 14,2% degli intervistati. Una contrazione dell'occupazione (minore propensione all'assunzione) è ipotizzata dal 10,3% degli imprenditori.
Come lo pagano ora le aziende il Tfr? il 91,7% degli intervistati risponde «con risorse dell'azienda». Niente debiti con le banche, dunque.
(alessandro cecioni)