«Contro la crisi non bastano pochi euro»
VIGEVANO.«La Cina non è la causa della crisi dell'industria vigevanese, casomai è l'effetto di una difficiltà che se non viene affrontata con i giusti strumenti rischia veramente di scoppiare». Nicola Adavastro, direttore provinciale del Confidi della Cna si schiera dalla parte del sindaco di Vigevano Ambrogio Cotta Ramusino che lunedi al Tavolo istituzionale sul lavoro ha chiesto a Regione e Provincia di accelerare gli interventi. Ma Adavastro chiede qualcosa in più, i 500 mila euro destinati per lo sviluppo sono pochi, troppo pochi per superare l'attuale crisi industriale.
«A Vigevano sta saltando il sistema delle imprese. In quest'area sta succedendo quello che sta succedendo in tutta la Lombardia, una deindustrializzazione che sposta capitali e lavoro dal settore manifatturiero al terziario».
E' un problema lombardo, quindi?
«A Vigevano è più grave, perché si rischia che salti la connessione tra le imprese».
Non si è sempre detto che i vigevanesi fanno ognuno per loro conto?
«A Vigevano c'è stata per anni un sistema che ha funzionato benissimo. C'erano alcune figure imprenditoriali, penso alla famiglia Grassi e alla famiglia Torielli, che producevano per conto proprio e poi, in giro per il mondo, vendevano anche per gli altri. Questi imprenditori leader garantivano guadagni per tutti, c'era - per rispondere alla domanda - una forte cooperazione sostanziale. Ora questo modello non sembra più all'altezza, forse c'è bisogno d'altro, va garantita assistenza sul posto, forse serve anche innovazione tecnologica».
Questo forse è il cuore del problema.
«In effetti bisognerà chiedere da quanto tempo i meccano calzaturieri non producono una nuova macchina».
La scorsa settimana Massimo Martinoli, del calzaturificio Caimar, ha spiegato allaProvincia pavese la ricetta del suo successo: superspecializzazione e mercati di nicchia.
«Non credo possa essere la risposta per tutti. Dobbiamo cercare altre risposte, trovare leader che possano cambiare guardando al mondo».
Se la Cina è l'effetto e non la causa, quali sono i problemi dell'ex distretto industriale vigevanese?
«Il modello non tiene perché non c'è continuità generazionale. Gli eredi lasciano le aziende, i capitali si spostano dove rendono di più. Se fare l'immobiliarista è più remunerativo si chiudono le fabbriche».
Il problema è la riconversione del meccano calzaturiero?
«Il tessile e la calzatura è un settore per aree più deboli. In Francia non lo fa nessuno, rappresenta il 3% del Pil. Per noi è ancora al 9%. Mentre il settore meccanico funziona ancora. E siamo a un terzo della Germania. Le macchine si continuano a costruire anche in Giappone e Stati Uniti. Quindi va ancora bene puntare sulla meccanica, ma coniugata con l'innovazione e l'elettronica».
Ci restano dei punti di forza?
«Si, l'elevato numero di imprese che hanno ancora aperta una finestra sul mondo. Ma questo patrimonio non va lasciato in mano a degli anziani senza eredi. Allora bisogna recuperare un'impostazione strategica, perché il problema non sono solo le infrastrutture. Per fare una strada veloce per Milano ci vorranno almeno dieci anni, inutile illudersi. E nel frattempo?»
Nel frattempo...
«Pensiamo a fare degli imprenditori. Chi se ne sta occupando? Non si può lasciare il tema solo in mano alle singole famiglie. E poi servono strumenti finanziari. Oggi non esiste la possibilità per gli operatori locali di vendere a Varsavia o Shangai facendo si che l'acquirente straniero abbia credito dalle nostre banche che operano all'estero. Le banche devono finanziare chi compra. Cosi fa solo Unicredito, cosi fanno solo i veneti. E ancora: l'agenzia per lo sviluppo è sufficiente o servono altre risorse? Per fare queste cose servono capitali. Ma il problema, mi sembra, è che nessuno si stia ponendo questi problemi».