La corsa al centro di Rutelli


ROMA. Francesco Rutelli si asterrà al referendum sulla procreazione assistita. A dieci giorni dal voto il presidente della Margherita rompe gli indugi e attacca alleati e promotori dei quesiti abrogativi.
L'intervento del leader della Margherita scatena subito l'ennesima bufera nell'Unione. «Valuto come una forzatura e un errore il fatto che alcuni partiti della federazione hanno compiuto la scelta, come partiti, di promuovere i quattro referendum sulla procreazione assistita», dice il leader dei Dl.
Subito rintuzzato da diessini, socialisti, verdi e comunisti, in prima linea contro la legge 40. «Come si permette Rutelli di criticare le forze del si? Lui voti quello che gli pare ma non può attaccare la gran parte del centrosinistra che si batte per abrogare una legge oscurantista» insorge Katia Bellillo del Pdci. Seguita a ruota da Boselli, Pecoraro Scanio e da parecchi Ds.
Il nuovo casus belli scoppia di prima mattina. Rutelli convoca i giornalisti e rompe il silenzio. Creando di fatto una nuova frattura con Romano Prodi che, non specificando se e come voterà il 12 e 13 giugno, ha però annunciato che lui alle urne andrà perchè è «un cattolico adulto». «E' una legge non perfetta ma io mi asterrò perchè l'astensione è una risposta legittima e giusta ed è l'atto più efficace e produttivo, visto che chi vota no aiuta involontariamente la battaglia del si», esordisce Rutelli.
Nell'88, quando era ancora radicale, l'attuale presidente Dl firmò una legge per la fecondazione eterologa. Allora il giovane Francesco denunciava le ingerenze della «teologia morale cattolica». Oggi, da leader del partito centrista nato anche da una costola democristiana, sposa in pieno la linea della Cei e di Camillo Ruini.
Convinto che la legge 40 non sia l'apripista per la revisione della legge sull'aborto, come paventato dai promotori del referendum, Rutelli motiva la sua scelta. «Il non raggiungimento del quorum lascia aperta la strada a un miglioramento della legge mentre il si farebbe un macello producendo una legge inaccettabile». Per il leader Dl «la legge non è perfetta e va migliorata ma per migliorarla è indispensabile verificarla e affinarla».
Infine, specificando di parlare da politico e non da presidente della Margherita, l'ex sindaco di Roma critica chi definisce «immorale, furbesca e miserabile l'astensione attiva: il referendum è legittimo ma lo è anche l'astensione», assicura. Un fallimento indispensabile per rifettere sulla necessità di dare dei limiti all'uomo che «non è onnipotente».
Apprezzata nella Cdl, la scelta di Rutelli scatena molti maldipancia a sinistra ma anche nel suo partito. Rosy Bindi che andrà a votare quattro no s'interroga se sia lecito che il presidente di un partito che sulla fecondazione ha scelto la strada del pluralismo «possa permettersi posizioni personali annunciate con una solennità che solo i presidenti di partiti possono permettersi».
Due rutelliani, Ermete Realacci e Paolo Gentiloni, confessano di «non condividere la scelta di Rutelli e rivendicano «a testa alta la decisione di andare a votare per il referendum e di votare almeno tre si». Duro il commento del socialista Enrico Boselli che accusa Rutelli di sostenere le tesi più arretrate. «La Margherita porta avanti la battaglia contro i referendum nello stesso modo in cui avrebbe fatto il partito popolare che si definiva una formazione di cattolici democratici».
Contro Rutelli anche Alfonso Pecoraro Scanio e Antonio Di Pietro. «Il voto è un diritto fondamentale dei cittadini in democrazia, l'invito all'astensione lede i diritti», dice il leader Verde.
Moltissimi gli esponenti diessini intervenuti. Lanfranco Turci, tesoriere del comitato promotore, ritiene «inaccettabile politicamente e moralmente» la scelta di sottrarre agli elettori il diritto di pronunciarsi. Un giudizio ammorbito da Piero Fassino. «Rutelli non andrà a votare? E' una posizione lecita e legittima noi però siamo convinti che le nostre siano buone ragioni. Io, personalmente, andrò a votare e voterò si».

Maria Berlinguer