ECONOMIA DI MERCATO E CONQUISTE SOCIALI
L' ampiezza del no olandese drammatizza ogni valutazione sullo stato dell'Unione europea.Per quanto previsto, il rifiuto verso il trattato Costituzionale lo rende ormai del tutto impraticabile. C'è solo da sperare che nessuno voglia tenerlo in vita artificialmente, come un malato terminale la cui sorte è affidata alle macchine.
Ma c'è da sperare anche che la costruzione di un'Europa Unita non venga liquidata, buttando via - come si dice - il bambino con l'acqua sporca. Perché il disegno europeo non si cancelli, è necessario fare almeno due cose.
In primo luogo Bruxelles deve continuare la sua routine, approvando nelle prossime settimane il bilancio della comunità, quello che consente la distribuzione degli oneri ma soprattutto degli aiuti. Se i leader europei si dividessero su questo, l'Unione rischierebbe davvero la bancarotta. Occorre poi dar tempo al tempo. Che vuol dire?
Ad autunno si vota in Germania, nel 2006 in Italia, l'anno dopo verrà scelto un nuovo presidente francese. Le cose debbono combinarsi in modo che alla fine di questo round elettorale si rilanci l'alleanza franco-tedesca, indispensabile ai futuri destini europei. C'è da sperare anche che in Italia l'europeismo non venga ripudiato, nel fuoco di una contesa elettorale probabilmente all'ultimo sangue, e sostituito da un populismo simile a quello che ha guidato il no francese e olandese. Tutti sappiamo che nell'attuale maggioranza di governo gli euroscettici sono ben presenti, e che in un recente passato Berlusconi non ha esitato un momento a buttare sull'euro la disgraziata situazione del nostro paese.
E invece occorre aver ben chiaro che la moneta unica ha fatto in questi anni da scudo per economie come quella italiana, che con la vecchia lira sarebbe sicuramente piombata nell'inflazione e nell'aumento del costo del denaro.
L'altro punto da chiarire per Bruxelles e dintorni ha a che fare con le ragioni del rifiuto.
Con la Costituzione si è tentato di imbracare in una camicia di forza ultraliberista un continente che ad Occidente ha conosciuto il welfare delle socialdemocrazie, ad Est sta marcando con dolorosissimi conflitti sociali la fuoruscita dalle iperprotette economie comuniste verso un mercato che, assieme ai vantaggi, ha significato un drammatico impoverimento delle classi più svantaggiate. Ecco perché bisogna riscrivere il trattato fondamentale tentando di prevedere una 'terza via", diciamo meglio un'economia di mercato che tuteli però le conquiste sociali che in Europa si sono ottenute dopo la seconda guerra mondiale. E' un'utopia? Forse.
Ma senza il coraggio dell'immaginazione, in pochi anni l'Europa sarà solo un ferro vecchio, un monumento di archeologia politica.