Provenzano vestito da vescovo
ROMA. «All'inizio non lo avevo riconosciuto, mi sembrò strano che una persona si presentasse ad una riunione del mandamento vestito da vescovo. Aveva anche il berretto color viola. Poi mio fratello mi disse che si trattava di Bernardo Provenzano». Giusi Vitale, la prima donna-boss collaboratrice di giustizia, racconta i segreti di Cosa Nostra.
La donna ha rivelato durante la sua prima deposizione dopo la collaborazione con la magistratura nell'aula bunker del carcere di Rebibbia a Roma, che la primula rossa della mafia, latitante da 42 anni, si recava ad incontrare gli altri boss indossando un abito talare. La pentita ha spiegato, rispondendo alle domande dei pm della Dda di Palermo, Maurizio De Lucia e Francesco Del Bene, che quella persona che vide nel 1992, «da lontano nelle campagne del palermitano, dopo aver accompagnato suo fratello Leonardo («lui non aveva la patente ed io gli facevo da autista», ha detto la pentita) ad un summit della cosca era proprio Bernardo Provenzano. «Sembrava davvero un monsignore - ha detto la pentita - aveva lo zuccotto color viola e una fascia rossa in vita. E scese da un'auto blu con tanto di autista. Chiesi a Leonardo (Vitale, il fratello di Giusi) chi fosse quella persona. Lui mi disse 'vai a casa". Successivamente mi spiegò che era Provenzano». Ma evidentemente lo stravagante travestimento di Provenzano non andava a genio agli altri boss in particolare a Totò Riina. «Leonardo - ha aggiunto Giusi Vitale - mi spiegò che Riina aveva trovato da ridire sull'abito usato da Provenzano. Secondo lui avrebbe dato nell'occhio e destato sospetti vedere un vescovo nella campagne di Palermo girare in auto con autista. E anche i miei fratelli si lamentarono con Riina per quel vestito da vescovo usato dallo zio». Al termine di quella riunione, avvenuta prima delle stragi di Capaci e di via D'Amelio, ha puntualizzato Giusi Vitale, i suoi fratelli, Leonardo e Vito, furono nominati capi del mandamento di Partinico. Ruolo che la stessa Vitale ha poi ereditato, come ha ricordato in aula, reggendo le sorti del clan e ordinando omicidi. Uno di questi, quello di Salvatore Riina (un commerciante soltanto omonimo del boss) fu eseguito da un killer, un uomo di fiducia della Vitale, che si recò ad uccidere in bicicletta e vestito da ciclista, con tanto di guanti senza dita. «Io gli fornii la pistola - ha detto la ex boss in gonnella e lo accompagnai nel garage della mia abitazione dove gli detti anche una bicicletta. Lui, dopo l'omicidio, e dopo che ci fu un brindisi a casa a cui parteciparono anche mio marito e alla presenza dei miei figli, mi disse che in sella alla bicicletta aveva fatto più presto che se si fosse recato al luogo dell'agguato con il Fiorino che usava per lavoro». Giusi Vitale, tra l'altro, ha parlato con i magistrati della Dda di Palermo anche della vicenda della mancata perquisizione al covo di Totò Riina, da cui è scaturito il rinvio a giudizio del direttore del Sisde, Mario Mori, all'epoca dei fatti vicecomandante dei Ros, e del colonnello Sergio De Caprio, il comandante 'Ultimo".