LA GENTE
MORTARA.«E' una vergogna: non si può chiudere una fabbrica come la Marzotto, lasciando a casa centoquaranta persone. Succede anche a Mortara quello che sta avvenendo in tutta Italia: chiudono le fabbriche, i lavoratori restano disoccupati. Che ne sarà delle famiglie, sarà tutto da vedere». Ieri mattina, all'indomani dell'annuncio ufficiale della chiusura dello stabilimento di via Lomellina, gli umori in città erano cupi.
Come se una cappa scura si fosse abbattuta sulle prospettive di questo angolo di Pianura padana, dove fino a qualche anno fa si poteva vantare un discreto distretto tessile, e ora vede ridotta davvero al lumicino la sua struttura industriale.
La Marzotto restava uno degli ultimi baluardi, ma è stato abbattuto anche questo. E, complice la giornata piovosa, l'atmosfera sembrava davvero pesante. Musi lunghi, poca voglia di parlare.
Per tutti la stessa incredulità e indignazione.
«Chiudono? L'ho letto sulla Provincia pavese, sono rimasta allibita: per Mortara è una botta incredibile - commenta Marisa Piccolini - e le centoquaranta famiglie? Che fine faranno? Si parlava da tempo della possibilità di una chiusura, ma non si era mai davvero concretizzata, adesso è proprio vero». E della fabbrica? Cosa sarà? «Pensare che solo pochi giorni fa avevo visto ridipingere la facciata e mi ero detta: forse tutte le voci negative che circolano sul futuro della Marzotto sono infondate, se pensano alla manutenzione».
Sono più le domande delle risposte: la città ha sempre contato sulla Marzotto, insediatasi all'indomani della prima guerra mondiale.
«Lavorare al 'fabricòn", ai miei tempi, era un onore, una sicurezza: era come entrare in un ente pubblico, offriva la stessa stabilità - racconta Francesco Maccarini, della Margherita, che è stato anche comandante dei vigili urbani - ai tempi d'oro l'economia di Mortara si reggeva sulla Sacic e sulla Marzotto, che assorbivano ciascuna centinaia di persone: ora è tutto cambiato».
«Mio padre ha trascorso una vita intera alla Marzotto, dal 1933 fino all'età pensionabile, nel 1960, e insieme a lui tanti altri - ricorda Mirella Balzaretti: suo padre Alessio è stato per molti anni il titolare dell'edicola della stazione insieme alla moglie, una vita di lavoro di giorno a vendere i giornali e di notte in fabbrica - è triste pensare che la fabbrica chiuderà, ma ormai non c'è più alcuna prospettiva. Prevalgono le ragioni dei numeri su quelle della vita delle persone».
Simona Marchetti