Maiorano, il mafioso legato all'ergastolano
CAMPOBASSO.Il rimorso, ha confidato ieri, gli fa male più della prigione. Giovanni Maiorano si sentiva al sicuro nel carcere di Palermo, al sicuro per la moglie Maria Carmela e la figlia Valentina. «Sono in buone mani, nelle mani di Angelo». L'amico Angelo le ha soffocate con sacchetti di plastica, avvolti intorno alla testa delle vittime e poi chiusi con nastro da imballaggio. Madre e figlia, con i polsi bloccati dietro la schiena da manette, erano in sacchi di plastica verdi. Uno stile quasi mafioso, ben noto all'ex boss della Sacra Corona Unita, collaboratore di giustizia fino al 1996. Conobbe Izzo quando fu trasferito nella sezione dei collaboratori di Campobasso. Poi lo ritrovò nel carcere di Pignatella di Palermo. E fu li che Izzo intensificò la sua conoscenza con la moglie Maria Carmela, quando la donna andava a trovare il marito recluso. Quando l'8 novembre scorso il tribunale per la sorveglianza di Palermo concede la semilibertà al carnefice del Circeo, i due hanno ancora ottimi rapporti. Cataldo Motta, responsabile della Dda di Lecce, il magistrato che ha creato in Puglia la figura dei collaboratori di giustizia ed il numero uno in materia di Sacra Corona Unita, conosce bene Giovanni Maiorano. Di lui dice che «è un furbacchione della vecchia guardia, persona inaffidabile che per quieto vivere si abboccò con la mafia. Dato il momento credo si poteva evitare di concedergli il permesso di tornare a Campobasso». Un uomo senza una psiche lineare, «proprio come Izzo - dice il procuratore - li vedo bene assieme e una compagnia di merende tra i due non la escluderei. Maiorano del resto ha tentato di accreditarsi come collaboratore di giustizia per due anni, dal '94 al '96, quando fu condannato all'ergastolo in primo grado e confidava nell'appello. Che confermò la pena». Da Bari la Dda chiese per il mafioso pentito il programma di protezione ma a Lecce diedero parere contrario. «Non dava garanzie - taglia corto Motta -, del resto ci risulta che quando ebbe permessi ha continuato a commettere reati». Maiorano e Izzo: per il procuratore antimafia c'è un filo macabro che lega i due personaggi. «Maiorano sconta l'ergastolo per avere ucciso un ragazzino: seppelli la sua testa nelle campagne leccesi in un posto diverso da quello in cui nascose il resto del corpo. Per dimostrare che era cambiato e avrebbe collaborato con la giustizia ci portò nel punto esatto dove ritrovammo la testa di quel ragazzo».(f.f.)