Tremonti, una chance a Pavia

PAVIA. E' uno che, da Roma, di Pavia non parla mai. «Non è il mio collegio», è solito rispondere. Eppure a Pavia torna appena può. Sempre con discrezione e difendendo la privacy, anche se da quando è ministro l'imponenza della sua scorta non può passare inosservata in corso Mazzini, a due passi dal municipio, dove abita ormai da moltissimi anni. Scorta a parte, Giulio Tremonti a Pavia lo vedi poco anche quando c'è. E sarà cosi anche ora, che dopo breve pausa torna nelle stanze di palazzo Chigi.
Di non essere 'abbastanza" pavese, del resto, a Tremonti glielo rimproverano in tanti. A Pavia vive con la moglie e i due figli, e in Università ha insegnato a lungo, ma le sue radici sono in Valtellina (è nato a Sondrio il 18 agosto di 58 anni fa) e il suo lavoro - esperto tributarista con reddito personale a nove zeri, quando i 740 parlavano ancora in lire, o avvocato in Cassazione - lo ha sempre portato a Milano e Roma. A Pavia si era soliti vederlo in zona Università o a spasso la domenica mattina, con un fascio di giornali sotto il braccio. Molto meno - quasi mai - in occasioni pubbliche o in qualche salotto buono.
Cosi è stato fino al 1994, quando per la prima volta è stato eletto alla Camera nelle liste del Patto Segni: Tremonti votò la fiducia a Berlusconi ed entrò nel suo governo come ministro delle Finanze. Teorizzatore del federalismo fiscale, già a quei tempi era l'uomo-ponte tra gli azzurri del premier e i verdi di Bossi, ruolo che gli viene riconosciuto anche oggi (con Maroni che, riferendosi a lui, dice che i ministri della Lega non sono tre ma tre e mezzo). Lasciò subito un segno: con la legge Tremonti, appunto. Rieletto nel 1996 nelle liste di Forza Italia, si ritrovò in minoranza a battagliare con gli economisti dei governi di centrosinistra. Alle elezioni del 2001 è stato rieletto alla Camera per la terza volta e Berlusconi lo ha subito voluto al governo con un ruolo di «superministro» dell'Economia: per le prima volta le competenze di Tesoro, Bilancio e Finanze venivano affidate a una sola persona. Tremonti stavolta i nemici peggiori se li trova in casa: lo accusano di scarsa collegialità, di fare troppo di testa sua. Di contare troppo, forse. An e Udc, che mai gli hanno perdonato la vicinanza alla Lega, lo pressano finchè il 3 luglio 2004 si dimette, lasciando il posto al suo direttore generale, Siniscalco, che diventa ministro. Berlusconi non lo tiene in naftalina: qualche mese dopo lo chiama alla vicepresidenza di Forza Italia. E ieri lo ha ha investito del ruolo di vice anche nel suo governo. Pavia guarda con interesse. A Tremonti si deve la corsia preferenziale trovata per i fondi per i progetti del San Matteo del futuro: prima il Dea, poi il Centro di Adroterapia. Un superministro a Roma fa sempre comodo. (r.t.)