Agnese, donna e partigiana per necessità

N ell'editoriale che apriva il primo numero de «Il Politecnico», il 29 settembre 1945, Elio Vittorini, che ne era il direttore, si chiedeva: «Potremo mai avere una cultura che sappia proteggere l'uomo dalle sofferenze invece di limitarsi a consolarlo? Una cultura che le impedisca, che le scongiuri, che aiuti a eliminare lo sfruttamento e la schiavitù, e a vincere il bisogno, questa è la cultura in cui occorre che si trasformi tutta la vecchia cultura». Si tratta di parole che, nell'Europa appena risorta dalle ceneri della guerra, erano moneta corrente. Vittorini, del resto, le riprendeva, riadattandole alla situazione.
La situazione era quella di un'Italia sconfitta e prostrata, ma piena di entusiasmi, e quelle parole riprendevano la presentazione di un altro memorabile primo numero di rivista, quello di «Les temps modernes», dove Sartre proclamava il dovere dell'impegno degli intellettuali, nel vivere sino in fondo il proprio tempo, e nella convinzione che ogni forma di letteratura disimpegnata fosse, per ciò stesso, corresponsabile dei crimini del Potere, essendo qualsiasi astensione «di per sé una presa di posizione» a favore dello status quo.
Parole all'ordine del giorno, insomma, ma che in Vittorini, e dentro il suo linguaggio faticato, valevano anche come una prima importante razionalizzazione delle convinzioni, diciamo utopiche, che avevano animato la sua produzione narrativa, da Conversazione in Sicilia (1941) a Uomini e no (1945). In Conversazione, in effetti, si potevano leggere dichiarazioni come queste: «Un uomo ride e un altro uomo piange. Tutti e due sono uomini; anche quello che ride (.) eppure egli ride perché l'altro piange. (.) Uno perseguita e uno è perseguitato; e genere umano non è tutto il genere umano, ma quello soltanto del perseguitato». Per un'idea e un sentimento del mondo, per un profondo bisogno di palingenesi, che restano immutati in Uomini e no, ma che, per via dell'adesione ai valori della resistenza interpretata ottimisticamente come grande movimento di popolo, diventano il fondamento (ed il nutrimento) di quella battaglia per una nuova cultura.
Il discorso generale s'alzò subito a toni assolutamente affermativi, se non esclamativi: e tale rimase. Che furono poi gli stessi che agitarono le speranze del movimento cui quel discorso diede effettivamente corpo: il Neorealismo. E' proprio dentro questo clima che, nel 1949, appare L'Agnese va a morire di Renata Viganò, il romanzo di gran lunga più famoso e giustamente fortunato all'interno d'una vasta mole di libri scritti, tra documento e testimonianza, secondo uno spirito di drastico rifiuto del passato (anche letterario), nel sentimento euforico della democrazia ritrovata, da riedificare sulla scorta di quei valori usciti dalla lotta partigiana. Libri di cui oggi s'è persa completamente memoria, e che pure infiammarono il dibattito sulla nuova Italia, dando prima forma al desiderio diffuso, confuso eppure generoso, di riscatto: Uno come gli altri (1946) di Amedeo Ugolini, Rancore (1946) di Stefano Terra, Manoscritto (1948) di Sebastiano Carpi, L'uomo di Camporosso (1948) di Guido Seborga.
Renata Viganò, nel restituirci in termini d'epica contadina un episodio della Resistenza nelle Valli di Comacchio risoltosi in tragedia, puntò subito l'intera posta sul personaggio tutto istinto ed innocenza, al livello minimo di consapevolezza politica ed ideologica, di un'anziana lavandaia, Agnese appunto, coinvolta quasi a sua insaputa, dopo la deportazione del marito in Germania, nella lotta di liberazione, fino a diventare la responsabile di un gruppo di staffette partigiane. Cosa che consenti alla Viganò - questa del candore e della spontaneità della protagonista - di rendere credibile, agli occhi del lettore, un mondo semplificato nella drastica contrapposizione tra bene e male, nell'idealizzazione populistica dei partigiani (tutto abnegazione ed eroismo), nella presupposizione di un popolo unanimemente schierato contro gli oppressori fascisti e gli invasori tedeschi.
Cito a caso (dal III capitolo della III parte) e a titolo esemplificativo: «I tedeschi non sapevano che fra quegli uomini e quelle donne, in giro fra la neve, molti, quasi tutti, erano partigiani. Staffette inviate con un ordine nascosto nelle scarpe, dirigenti che andavano alle riunioni nelle stalle dei contadini, capi che preparavano l'azione dove nessuno l'aspettava. La forza della resistenza era questa: essere dappertutto, camminare in mezzo ai nemici, nascondersi nelle figure più scialbe e pacifiche. Un fuoco senza fiamma né fumo: un fuoco senza segno. I tedeschi e i fascisti ci mettevano i piedi sopra, se ne accorgevano quando si bruciavano».
I pregi del romanzo della Viganò, quelli che gli assicurarono un meritato successo di pubblico, sono stati, come si può evincere dal passo citato, la semplicità e la chiarezza del dettato, garantiti moralmente dal punto di vista innocente della protagonista (inerme e sprovveduta vittima della Storia), la perentoria carica emotiva: tutti a credito della scrittrice, a fronte della sciatteria stilistica, della debolezza strutturale, dell'esagitata disposizione alla propaganda delle pagine di tanta letteratura coeva. Ma anche l'assoluta indisponibilità ad un discorso sulle ragioni ideologiche della lotta partigiana, tanto naturale risultava quella scelta: se è vero che l'atteggiamento inverso, assertorio ed enunciativo, d'eccessiva esplicitazione ideologica, fu forse la debolezza più grande del movimento neorealistico. Certo, valutato in vista dei risultati d'una scrittura al femminile, nonostante la Viganò militasse con grande impegno nel fronte delle forze progressiste, il romanzo d'una donna che, costretta a rifugiarsi in una specie di ritrovo-caserma di partigiani, diventa una seconda madre per tutti (acriticamente confermando i condizionamenti culturali di sempre che le donne sono state costrette a patire), mostra oggi, come non poteva essere altrimenti, tutti i suoi limiti. Mentre conserva il suo grande valore documentario, nel restituirci dall'interno, e con grande felicità antropologica, certi tratti della mentalità contadina, quelli che nemmeno la lotta partigiana era riuscita a problematizzare, come lo stesso Alberto Asor Rosa, in un libro severissimo quale Scrittori e popolo (1965), fu subito disposto a riconoscere. Sicché L'Agnese va a morire ci ritorna intatto nella sua freschezza, a riportarci le speranze di un'Italia che pare lontana secoli da quella della nostra quotidianità. Un'Italia come infanzia: per una maturità che tutti, nel 1949, s'aspettavano diversa.
Massimo Onofri