La sconfitta della morte celebrata in piazza


ROMA. La più grande manifestazione della storia moderna contro la morte. Non quella di Wojtyla, metabolizzata, trasfigurata, sconfitta. Del Papa che è cadavere in una cassa di fronte a loro dicono che «è» parlando al presente e, se si usa l'imperfetto «era», è solo per aneddoto o testimonianza, come quando si sfogliano le foto dei vivi.
Infatti «Il nostro Papa vive» è lo striscione glorioso e maestoso che chiude la piazza. E neanche contro la morte di ogni atomo di questo popolo di mortali venuto a dire e a dirsi che di altra materia è fatto, materia che non muore. La manifestazione è contro la morte contemporanea, moderna, quella che osa sostenere l'insostenibile pensiero che la morte sia anche la fine.
Da giorni sono qui a cantare, testimoniare, implorare, rassicurare e rassicurarsi che non è cosi, che non si finisce, nè lui nè noi. Laggiù arriva la voce di un celebrante che giura: «Ci guarda di sicuro dalla finestra del padre». E i manifestanti applaudono, grati della conferma. Si muore ma non si finisce, lo scrive Wojtyla nel testamento, la morte è «transito, congedo da questo mondo per nascere nell'altro, il mondo futuro». Sono qui per reciprocamente provarsi che è vero, spinti dalla forza immane di questo bisogno. Lo fanno anche con una chitarra. O con l'ostentazione di rossi fazzolettoni da collo con l'immagine di Padre Pio o con la semplice saggezza di una anziana signora: «La vita di qui è troppo piccola».
Lo fanno praticando i riti della presenza e non dell'assenza: gli applausi quando Wojtyla appare sui maxischermi, le foto ricordo mettendosi in posa, a coppie e a gruppi, il grido ritmato «Giovanni Paolo». Dicendo come questa ragazza italiana che lui «era l'unico credibile», gli altri di questo mondo essendo solo di questo povero mondo. Dicono dell'emozione che provano e brilla loro negli occhi, ma non sanno verbalizzarla. Dicono «Straordinario...Ne valeva la pena...Non ci sono parole...». L'emozione si fa carne quando loro si fanno coro che intona «Santo, subito». Ed è qualcosa che confina e sconfina nella gioia non con tristezza e mestizia. Sempre i funerali sono per i vivi, stavolta è per dichiararsi eternamente vivi.
Oggi sono meno che negli altri giorni: forse, neanche, mezzo milione intorno al Vaticano, sui ponti che attraversano il Tevere si va su e giù senza ressa. Forse altrettanti sparsi in città. In gran parte polacchi che mescolano e sommano senza problemi devozione, tradizione, nazionalismo, politica e identità. E poi sudamericani e delle nazioni che una volta si chiamavano terzo mondo. Bandiere tantissime: sulle aste e sulle spalle. Telefonano, si rifocillano, si dissetano, impossibile fare cinquanta metri senza vedersi offrire almeno tre bottiglie di minerale, gratis. Giusto contrappeso alle magliette con stampate le parole dell'agonia, ai prezzi di cibi e bevande raddoppiati da un commerciante su cinque. Ti raccontano del «momento», quello in cui invariabilmente l'amore per il Papa coincide e segna un passaggio cruciale della biografia del narratore. Ti dicono che Wojtyla «ha aiutato tutti a vivere». Parlano della speranza elargita di una vita «vera», cioè diversa da quella terrena. Narrano di se stessi e dell'umanità come di «legno storto» che solo l'eternità raddrizza. Una forza, un bisogno e una fede che contestualizzano anche se non rendono plausibili trasmissioni tv dove una sociologa in cattedra annuncia di possedere due foto della Madonna e un docente di giornalismo narra di testimonianze raccolte per cui Wojtyla è già apparso in visione unito alla Madonna.
Una forza cui rendono omaggio i potenti della terra. Forza che sembra averla battuta la morte in questa settimana e in questo funerale senza dolore. Fino a che la morte, quella terrena e terrestre, non si prende una rivincita: la cassa di legno viene sollevata, portata via, il Papa se ne va, nessuno lo vedrà più. Allora si piange, allora questa contundente oggettività della morte si mostra importuna. La cancellano i fazzoletti sventolati, il vento che gonfia bandiere e la certezza di tutti di essere qui venuti a trovare, toccare il senso della vita in un'altra vita.
Per millenni in pochi e in silenzio, per un paio di secoli in tanti e con clamore lo hanno invece cercato nel perimetro temporale ed etico di una vita tutta mortale. Ora a milioni sono venuti a dire che l'umanità è stanca di questa presunzione, di questa ottusa alterigia, di questo orgoglio bugiardo. Oppure esausta, sfinita di reggere il peso e di assegnarsi il compito di una vita degna, razionale e sensata che duri solo un pugno di decenni.

Mino Fuccillo