I cardinali si preparano al conclave
CITTA' DEL VATICANO. Accomumati dai medesimi voti religiosi, i cardinali appartenenti agli istituti di vita consacrata e a società di vita apostolica possono essere considerati quasi membri di delegazioni di grandi elettori nel conclave. Sono gli unici in grado di muoversi in modo trasversale fra i gruppi in arrivo, con la morte del papa, dai vari continenti e magari convincere i riluttanti verso una decisione piuttosto che un'altra. Possono mettere gli altri d'accordo e possono contare sui voti dei confratelli, il che dà loro una doppia chances. Possono essere loro, insomma, a decidere chi sarà il successore di Giovanni Paolo II, ora che dovrà essere eletto il 265º sucessore di Pietro.
Se dovrà essere un domenicano austriaco di 60 anni, Christoph Schoenborn, o un francescano brasiliano di 71 anni, Claudio Hummes.
Al cardinale Josef Glemp, primate polacco, piacerebbe vedere Hummes salire alla Cattedra di San Pietro. Lo ha detto a Buenos Aires nel corso di una visita pastorale in Argentina: «Ci sono vescovi e arcivescovi in questo subcontinente che hanno tutte le carte in regola, anche se è ancora molto presto per metterci a parlare di possibili successori».
Molto peso, nella decisione, potrebbero avere i gesuiti, per quanto nell'ultimo scorcio di pontificato siano rimasti un po' in disparte dalla vita della Chiesa. Nel collegio cardinalizio la delegazione della Compagnia di Gesù è composta da nove cardinali, in rappresentanza di tre continenti e otto nazioni, Argentina, Indonesia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Stati Uniti, Taiwan. Sette sono i francescani, provenienti da quattro continenti e dalle zone più povere e più amate da Giovanni Paolo II: Brasile, Mozambico, Spagna, Sudafrica, Ungheria. Tutti più o meno vicini a teologie molto avanzate e comunque arrivati alla porpora nel culto di Giovanni XXIII, il «papa buono», il grande pontefice francescano degli anni '60. Sei i salesiani, più tradizionalisti e quasi tutti concentrati nei paesi latini eccetto un austriaco: Italia, Honduras, Nicaragua, Venezuela, Spagna.
Non tutti sono elettori, non tutti verranno a Roma. Ma si può essere sicuri che la loro influenza peserà su un conclave assai squilibrato nel numero di cardinali rispetto al peso delle chiese di cui sono espressione. I sudamericani, per esempio. Sono in tutto 21 elettori per oltre 276 milioni di cattolici, l'88,10 per cento della popolazione dell'America Latina. Le conferenze episcopali del continente, sempre in bilico fra crescita e default, si aspetterebbero un Pontefice. E molti sarebbero pronti ad appoggiare questa speranza. Non a caso i sudamericani in questi giorni erano i più solleciti nel raggiungere Roma. Ieri ha anticipato un viaggio previsto per lunedi il cardinale Jorge Medina, protodiacono della Chiesa cattolica cilena. In arrivo anche il cardinale Norberto Rivera Carrera, primate della Chiesa messicana, attento a smentire le voci che lo vorrebbero papabile.
Non solo solo i cardinali residenziali a raggiungere Roma in fretta ma anche quelli di Curia a tornare con una certa precipitazione. Cosi ha fatto il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l'Unità dei cristiani, in visita in Bulgaria. Il cardinale è ripartito dopo un solo colloquio con il capo della Chiesa ortodossa bulgara. Si è trattenuto a Sofia giusto il tempo per garantire che nessuno, neppure Giovanni Paolo II, ha mai creduto a una pista bulgara per l'attentato del 1981.
Il fatto è che per il conclave tutti i cardinali, elettori e non, vogliono essere a Roma. Prima dell'«extra omnes» - quando vengono chiusi dentro solo gli elettori - vengono svolti colloqui e presi accordi anche alla luce del sole. Tutti, in quella fase, possono partecipare alla discussione e tutti quelli provenienti dal mondo extraeuropeo devono fare i conti con i 58 voti in mano ai cardinali del Vecchio continente. (l.v.)