«L'infermiera dev'essere assolta»


PAVIA. I 25 milioni prelevati dal conto corrente non furono una appropriazione indebita, quanto una gratifica per il lavoro svolto. Con questa tesi l'avvocato Fabrizio Gnocchi ha presentato ricorso in appello contro la sentenza che ha condannato una sua cliente a 2 mesi e 300 euro.
Riassumiamo brevemente i fatti. Innanzi al giudice, nei giorni scorsi, è comparsa Patrizia Sturini, 43 anni, residente a Pavia e difesa, appunto, dall'avvocato Gnocchi. La donna per alcuni anni si era occupata di Gianfranco Rossi, pensionato ed ex funzionario di banca. Secondo il capo d'accusa, la Sturini, che aveva la delega a operare sul conto corrente dell'anziano, si impossessò di 70 milioni e di alcuni oggetti. Ma al termine dell'istruttoria dibattimentale, l'accusa si è notevolmente ridimensionata. L'imputata, infatti, è stata assolta per la somma di 45 milioni e per gli oggetti. Il giudice, però, l'ha ritenuta colpevole limitatamente a un assegno dell'importo di 25 milioni. E su questa base l'ha condannata. Va infine rammentato che il procedimento ebbe inizio a seguito della querela presentata dal fratello di Gianfranco Rossi (nel frattempo deceduto). A tale proposito, nell'atto di appello, l'avvocato Gnocchi rammenta una iniziale richiesta di archiviazione presentata dal precedente pubblico ministero in quanto «la querela era stata sporta da soggetto non legittimato, il signor Adolfo Rossi, in quanto persona offesa dal reato risulta essere il fratello, signor Gianfranco Rossi». Se l'avente diritto non presentò querela - è il ragionamento dell'avvocato Gnocchi - fu per un solo motivo: «il signor Rossi Gianfranco era profondamente affezionato alla Sturini e alla sua famiglia, essendo l'imputata l'unica persona sulla quale riponeva totale affidamento. Pertanto la volontà del signor Gianfranco Rossi era di gratificare la Sturini per l'aiuto che la stessa aveva fornito a lui e a sua moglie». Ma l'avvocato entra anche nel merito della motivazione. Il giudice - spiega - ha giustificato la Sturini dicendo che Gianfranco Rossi «si serviva necessariamente del denaro prelevato dal proprio conto corrente mediante assegni per effettuare i pagamenti sia dello stipendio della Sturini che delle altre spese quotidiane, ordinarie e non». Tuttavia non segue lo stesso ragionamento per l'ultimo assegno, quello da 25 milioni. E scrive: «Quanto meno viene il sospetto che una simile volontà, ove mai fosse stata davvero espressa dal Rossi, sia stata frutto di circonvenzione». Il legale rammenta il principio giuridico, locuzione nata nel diritto romano per dire che è meglio che il giudice, quando non vi sia certezza di colpevolezza, accetti il rischio di assolvere un colpevole piuttosto che condannare un innocente. Di conseguenza - è il ragionamento che ne consegue - se l'imputata è stata assolta per 45 milioni avrebbe dovuto esserlo anche per l'ulteriore assegno di 25 milioni. Ed è proprio una pronuncia assolutoria che il difensore chiede alla Corte di Appello di Milano. Nonostante il reato sia destinato a prescriversi in autunno.

Fabrizio Merli