Albergati: si, credo alla doppietta

PAVIA. Arriva da 9 anni da sindaco al Mezzabarba. E passi per la prima legislatura. Ma la seconda è stata un calvario, sballottato tra le paturnie incrociate di alleati, amici o presunti tali. Oltretutto il sindaco-ragazzino, che durante il primo mandato faceva le guardie di notte in ospedale, durante il secondo si è messo a lavorare full-time. Ancora non s'è alzato dalla poltrona da sindaco che due suoi ex-assessori saltano il fosso. Eppure Andrea Albergati ha sempre l'aria di uno che non sembra al centro del mondo, anzi. Gli chiedi se è distrutto tra clinica, municipio e campagna elettorale. Ti risponde: è il bello della politica.
Nove anni da sindaco di una città capoluogo, e adesso i rischi di una candidatura in una contesa difficile e affollata di pezzi grossi. Un po' come quelle squadre che stanno ai vertici del proprio campionato per mesi e poi devono rigiocarsi tutto ai playoff.
«D'altronde essere eletto è molto più appagante che essere nominato. E quindi accetti il rischio delle elezioni. E' il bello della politica».
Bello, ma non facile.
«Esistono tre tipi di sfide. Quelle impossibili, quelle troppo facili e quelle difficili ma abbordabili. E queste elezioni le incasellerei serenamente nell'ultima categoria. Metto in gioco l'esperienza che ho acquisito in questi anni per un progetto in cui credo. La sfida è seria e indisiosa, ma confido di farcela».
«Uniti nell'Ulivo» la constringerà anche a un bel duello in famiglia.
«Porcari ha lavorato bene in Regione e merita di essere rieletto. Una buona performance della lista potrebbe aprire le porte ad entrambi. Noi ci crediamo».
E' la prima campagna elettorale che la porta a mettere il naso fuori Pavia.
«La campagna elettorale è la parte bella della politica, se sai viverla senza angoscia. Il contatto con la gente è fondamentale».
E muoversi in ambito provinciale com'è?
«Molto diverso e, devo dire, molto stimolante. Non che sia una novità assoluta per me. Da sindaco di Pavia ho dovuto spesso affrontare questioni che avevano valenza provinciale. Anche qui, insomma, metto in gioco la mia esperienza. E poi il territorio lo conosco benino. Il mio primo incarico da medico era stato una sostituzione a Pontenizza. Poi ho fatto la guardia medica a Belgioioso e Chignolo. E poi anche il medico fiscale. Insomma, ho conosciuto molte realtà e sono già entrato in molte case. Chissà se si ricordano di me...»
A proposito: lei al camice proprio non rinuncia.
«Fare il medico mi piace. E poi non credo sia il momento in cui uno possa investire a occhi chiusi sul proprio futuro in politica. Professione e politica sono per me due passioni forti, finchè ci sono le condizioni perchè l'una non escluda l'altra io sono felice».
40 anni ancora da compiere e 9 anni da sindaco: alla politica ha già dato tanto.
«Ma ho ricevuto molto di più. Essere diventato sindaco a trent'anni è stata un'opportunità incredibile. Sono stato per lungo tempo il più giovane sindaco di un capoluogo. Faccio i 40 anni a settembre e posso dire di essere stato sindaco per un quarto della mia vita. Un'esperienza straordinaria, che rifarei».
Le mancherà la sua poltrona al Mezzabarba?
«Qualcuno mi ha già predetto la sindrome da pensionamento precoce. Quel che è certo è che cambierò ritmo: fare il sindaco è molto coinvolgente, assorbe tempo ed energie in continuazione».
Non la chiameranno più «signor sindaco».
«Il rapporto con i cittadini è stato molto stretto. Ne ho ricevuti tantissimi al Mezzabarba, e ho tentato di parlare con tutti anche nelle centinaia di occasioni pubbliche cui ho presenziato. I cittadini vedono in te l'istituzione-Comune e si aspettano che tu possa risolvere ogni problema».
Lo ha fatto?
«La parte frustrante è quando devi fare capire che il sindaco non è onnipotente. Anzi, tutt'altro. Mi è toccato spiegarlo tante volte».
Anche il consigliere regionale non è onnipotente.
«Ma mi fa piacere quando mi sento investire di una fiducia rinnovata. Tanta gente si aspetta che io prosegua in Regione il lavoro iniziato a Pavia. Dà entusiasmo».
Questa campagna elettorale le ha portato anche un paio di delusioni personali. Contrini e Adenti, due suoi assessori, hanno preso altre strade.
«Sono scelte che non condivido, ovvio. Ma nei meccanismi della politica ci possono stare. Non sono nemico di chi non mi vota. Non è mica la giungla».
Però Contrini, proprio Contrini, che voterà Abelli e non lei...
«Ripeto, in politica certe cose possono accadere senza che sia necessario parlare di tradimento o chissà cosa. Da Contrini, come altri, mi sarei aspettato un comportamento più super partes, ma non è il caso di fare drammi. Primo, perchè non credo alla politica fatti di pacchi di voti che qualcuno si porta appresso: sono i cittadini che fanno le loro scelte, per fortuna. Secondo, perchè sono convinto che con Sergio e Francesco alla fine ci rincontreremo».
Sette candidati sindaci a Pavia, ed erano 8 prima che bocciassero Verderio. Non sono troppi?
«No. Piuttosto è il numero delle liste che mi lascia un po' perplesso. E' un sintomo di turbolenza e di disorientamento. Alla fine il sistema semplificherà tutto, ma l'eccessiva dispersione di voti non è un elemento positivo».
In Regione, invece, sarà di sicuro un duello. Com'è il progetto-Sarfatti visto dal di dentro?
«Molto innovativo, a partire dalla candidatura stessa di Sarfatti. Il progetto è interessante. Io ci credo molto, cosi come credo che la nostra performance sorprenderà. All'inizio il gap poteva sembrare rilevante, ora non lo è più».
Quali istanze pavesi porterà in Regione, se eletto?
«Su tutte la questione delle attività produttive. Il nord della Lombardia è saturo. Tanti insediamenti, collegamenti intasati. Perchè non incentivare lo sviluppo a sud, in una provincia come la nostra? La Regione deve aiutare i comuni a dotarsi di aree infrastrutturate e appetibili. Pavia, con la zona del Bivio Vela, ha un esempio positivo da mostrare. Di iniziative cosi ce ne vorrebbero tante altre».
Lei si è seduto tante volte da protagonista ai Tavoli territoriali. Cosa pensa dell'Accordo quadro?
«E' una collezione di progetti, anche molto interessanti, ma i cui risultati non si vedono ancora. Io, come sindaco, l'accordo l'ho sottoscritto riconoscendone l'utilità. Ma serve altro. Servono cose che vengano realizzate davvero, che restino e aiutino la provincia a decollare».
Con la Regione lei ha masticato amaro per la vicenda dell'Arsenale.
«Milano non ha mai voluto occuparsene seriamente. Cosi come del Polo tecnologico».
Sanità. Per lei - medico, sindaco uscente, candidato consigliere - è un argomento-chiave.
«La Lombardia ha cercato di porsi come modello della nuova sanità. La mia sensazione è che in Italia nessuno parli più della Lombardia come modello. La spesa è cresciuta troppo e certe scelte le paghiamo noi cittadini».
La Regione però sostiene molti progetti di grande peso a Pavia.
«Se il riferimento è al Centro di Adroterapia, che per Pavia è una enorme chance per il futuro, rispondo: d'accordo, ma fino a un certo punto.
5 milioni di euro sono arrivati, no?
«In zona Cesarini. Operazione meritoria, certo. Ma il minimo indispensabile. Il Comune, mettendo a disposizione l'area, ha impiegato circa metà di questa cifra. E stiamo confrontando i conti di un Comune con quelli di una Regione che ha il bilancio di una nazione come il Belgio».