UN POPOLO INSICURO IN UN PRESENTE GRIGIO

Da formiche che eravamo stati, per decenni, sembravamo poi diventati un popolo di cicale, di consumisti sciuponi, ai primi posti nelle importazioni di salmone, whisky, champagne. Ma anche un popolo di creatori di aziende, di promotori di sviluppi innovativi. Fotografie sfuocate, lontane, che invece sono di ieri.
Oggi ce ne viene proposta un'altra, grigia, con tante facce preoccupate, spaurite. Oggi i nostri primati sono tutt'altri. Primi in Europa nel percepire (e c'è chi ha continuato a dare la colpa all'euro) i rincari di prezzi e di tariffe: non c'è quasi italiano che - a differenza dei confratelli europei - non abbia avvertito il morso del carovita.
Primi, quindi, in pessimismo, nel non intravedere una qualche luce in fondo a questo tunnel. Nemmeno l'8 per cento degli intervistati in questo sondaggio Censis-Confcommercio prevede di incrementare i propri redditi nel 2005. Contro il 50 per cento dei francesi e il 52 per cento dei tedeschi. Un divario, anche psicologico, enorme, penalizzante.
Dopo la «cura» di questi ultimi anni siamo diventati, strutturalmente, più insicuri? L'ipotesi sembra delle più realistiche: le sole spese, o quasi, che gli italiani prevedono di dover aumentare sono quelle per la salute, e di un pesante 30 per cento. E' vero che la nostra è diventata una delle popolazioni più «vecchie» d'Europa e quindi bisognosa di cure (oltre che delle meno portate, per età, a guardare avanti con spirito vitale). Ma è altrettanto vero che, altrove, i cittadini si sentono meglio garantiti da una economia più solida della nostra le cui grandi imprese o sono sparite desertificando interi settori (a cominciare dalla chimica), oppure versano in seria crisi.
In altri Paesi europei i cittadini si sentono pure meglio garantiti da uno stato meno pesante, meno sforacchiato, che, o ha saputo gestire la liberalizzazione dei servizi pubblici, oppure (vedi la Francia) continua a gestire molto in proprio e però efficacemente. Da noi, l'elettricità, liberalizzata, continua a costare come e più di prima. Va un po' meglio con la telefonia, ma neppure troppo. E sono tutte bollette pesanti a fine mese, o bimestre. Per non parlare della «bolletta automobilistica»: saremo anche stati spinti a diventare il Paese con più autovetture e con più autotreni d'Europa da una poderosa lobby Fiat, però l'alternativa dei mezzi pubblici, soprattutto su rotaia, è stata ed è la più scadente della Ue. E intanto investiamo miliardi e miliardi di euro in tangenziali, pedemontane, bretelle, ecc. soffocandoci da soli.
Mettiamo pure sul conto della più diffusa insicurezza un'offerta di alloggi in affitto nettamente inferiore a quella di Francia e Germania e la latitanza di una politica, nazionale e regionale, per l'edilizia economica.
Inoltre, l'occupazione diminuisce da anni nelle imprese maggiori, mentre si ingrossano enormemente le file dei precari di vario tipo, milioni di precari - che in settori decisivi come la ricerca e l'Università, la scuola in generale, lo rimangono spesso, a vita - i quali nulla, o quasi, possono progettare del loro futuro.
Bisogna recuperare una programmazione generale, una politica dei redditi (prezzi, profitti, salari). Ma ci vuole una classe di governo che sappia indicare agli italiani - i quali, anche in questa fotografia di famiglia grigia e preoccupata, mostrano ovviamente i voler «vivere bene» - obiettivi comuni di modernizzazione economica e di progresso sociale. In questi ultimi anni non ne hanno quasi sentito parlare. Lo slogan «Arricchitevi, come me!» chi può incantare oggi?