Sulla morte di Nicola Calipari il rischio del segreto di Stato
ROMA. «Omissis», rischia di essere la chiave sotto la quale seppellire ogni dettaglio di verità. La liberazione di Giuliana Sgrena e la morte di Nicola Calipari potrebbero aggiungersi alla catena di misteri conservati sotto il segreto di Stato.
Lunedi prossimo, il 21 marzo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta varcherà la soglia di palazzo San Macuto per rispondere alla chiamata di Enzo Bianco, presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco).
Delegato a sovraintendere all'intelligence, Gianni Letta potrebbe presentarsi con una richiesta di «porte chiuse» per la sua audizione. Silvio Berlusconi e il suo vice Gianfranco Fini hanno dato al Parlamento tutte le informazioni «non classificate», non coperte cioè dalla necessaria riservatezza quando è in gioco la sicurezza nazionale o quella degli interessi italiani all'estero.
Le loro versioni, piene di buchi a una rilettura critica, erano state depurate di tutte le parti non chiare o non ancora chiarite.
Altra musica di fronte al Copaco dove potrebbero addirittura arrivare le prime conclusioni dell'inchiesta militare svolta dalla commissione ad hoc Usa-Italia. Le potrebbe portare Letta, con l'incarico di fermarsi li dove gli alleati Usa e la ragion di Stato lo richiedono. A cominciare dalla questione delle regole d'ingaggio. Quelle imposte ai nostri militari in missione all'estero sono pubbliche e pubblicate sul sito Difesa.it. Quelle delle forze armate statunitensi sono segrete e il Pentagono non ha nessuna intenzione di renderle note.
La pattuglia sperduta spara nel buio. La sera del 4 marzo, sotto la pioggia battente, una unità di volontari del «Fighting 69th» di New York, meglio noti come i ragazzi di Ground Zero, fa fuoco contro una Toyota Corolla a 700 metri dall'aeroporto di Baghdad. Non è una sera qualsiasi. Il comandante della forza multinazionale in Iraq George Casey ha invitato a cena l'ambasciatore John Negroponte, capo dell'intelligence Usa. Poche ora prima il numero due del Sismi Nicola Calipari era atterrato a Baghdad con un collaboratore e aveva chiesto, ottenendolo, il permesso di circolare armato nella zona verde controllata dagli Usa.
Il vice di Casey, generale Mario Marioli, e ufficiale di collegamento Italia Usa, sapeva che sarebbe andato in città e tornato con un passeggero e aveva ricevuto ordine di non rivelarne l'identità agli americani. Pochi minuti prima delle 9 (ora di Baghdad) il generale Marioli saprà che Calipari è morto, Giuliana Sgrena, il passeggero, ferita come l'agente in missione con Calipari, un maggiore dei carabinieri distaccato al Sismi.
Un'operazione riservata. Per qualche motivo che non può più raccontare Nicola Calipari aveva deciso di non informare gli americani sullo scopo del suo arrivo a Baghdad. Lo dice, nel suo rapporto all'esame della procura di Roma il generale Marioli. Non hanno portato chiarezza gli interventi in Parlamento di Fini e Berlusconi. «Una missione di basso profilo motivata da ragioni di sicurezza», cosi il vicepresidente del consiglio, alla Camera. Il governo non ha specificato quali fossero queste ragioni di sicurezza lasciando aperta una voragine di dubbi.
Perché Nicola Calipari era arrivato con un uomo suo quando a Baghdad, oltre ai carabinieri assegnati all'ambasciata, ci sono almeno otto uomini del Sismi? Da dove arrivava il Falcon 900 della presidenza del consiglio con i due agenti a bordo? Perché gli americani, e forse anche le autorità irachene, non dovevano sapere qual era lo scopo della missione e chi il passeggero da portare in Italia senza documenti? Perché all'ultimo momento il Sismi taglia fuori la task force alleata organizzata dagli americani per la ricerca degli ostaggi?
Feriti e perquisiti. Giuliana Sgrena e l'agente del Sismi sopravvissuto alla sparatoria della pattuglia comandata alla difesa di John Negroponte restano per alcune decine di minuti a terra, feriti, sotto la minaccia delle armi, circondati da vetri e proiettili. Calipari, già morto, viene perquisito.
Sull'auto ci sono cinque telefoni cellulari. Due vengono subito recuperati e consegnati alla diplomazia italiana. Tre sono in arrivo dopo essere spariti per una settimana. Potrebbero servire a poco. Sia perché potrebbero essere stati bonificati da chi li ha avuti per le mani, sia perché almeno uno avrebbe una scheda irachena. In questo caso i tabulati, se esitono, dovrebbero essere chiesti per rogatoria.
Nella sparatoria costata la vita a Calipari, secondo le versioni ufficiali e secondo il racconto della Sgrena, non sono state coinvolte altre persone. Diversa la ricostruzione fornita da Palazzo Chigi nei primi concitati momenti e smentita quattro ore dopo. E diverse le ipotesi raccolte dai pochi giornalisti ancora presenti a Baghdad.
C'era un'altra automobile dietro la Toyota Corolla? Se si, l'uomo che la guidava è stato ferito in modo grave? Era un agente del Sismi o un contatto iracheno? Si tratta del quarto uomo che il presidente del Consiglio dava per ricoverato in gravi condizioni all'ospedale americano di Baghdad? Di sicuro tre giorni fa un aereo della Croce Rossa ha portato in Italia un adulto e nove bambini da curare nella penisola. Sulle identità, assoluta riservatezza.
Riscatto o scambio.Gianfranco Fini, voce ufficiale del governo, ha escluso il pagamento di qualsiasi riscatto in denaro. Non ha negato che i servizi, attingendo ai propri fondi, abbiano avuto un consistente budget per pagare fonti e mediatori. Si tratta di un capitolo sul quale Letta potrebbe invocare il segreto di fronte al Copaco.
Le voci parlano di un riscatto fra i cinque e gli otto milioni di euro mentre, secondo altre ricostruzioni, la libertà di Giuliana sarebbe stata comprata sottraendo, alla cattura americana, un alto ufficiale del regime di Saddam. Addirittura il ferito della seconda ipotetica auto potrebbe essere lui.