La Cina, i dazi e gli slogan


L'ennesimo rinvio dell'esame del cosiddetto «pacchetto competitività» la dice lunga sui contrasti ancora forti nella maggioranza e nel governo su una materia sulla quale era stato promesso un intervento entro la fine dell'anno passato. E l'ultima variazione introdotta dalla Lega (dazi «antidumping» sulle importazioni, altrimenti non si vota) ha più l'aria di una provocazione elettorale che di una proposta di sostanza.
E' molto popolare, soprattutto fra i piccoli imprenditori dei settori in crisi (tessile, calzaturiero), l'idea - assunta a dignità politica grazie all'ex ministro dell'Economia Giulio Tremonti - di creare una difesa al made in Italy erigendo barriere doganali. Ora il diktat leghista - perfettamente in linea con il «neocolbertismo» tremontiano - è la risposta più tambureggiante ma meno credibile alle loro aspirazioni.
Anche senza considerare i «no» già fioccati da parte dell'Udc, la materia doganale non può essere gestita al di fuori del concerto europeo, e la formula utilizzata - «antidumping» - risponde solo a esigenze di slogan: una normativa internazionale antidumping già esiste, ma soprattutto il problema non è il «dumping» (cioè l'esportazione sotto costo) da parte di Paesi orientali. Quei Paesi non hanno bisogno di «dumping» per praticare prezzi ampiamente inferiori ai nostri perché i loro costi di produzione sono davvero bassissimi.
I problemi della competitività dell'Italia nei mercati globalizzati richiedono ben altro e il «pacchetto» messo a punto dal governo, in realtà, tocca parecchi dei punti nevralgici del problema. Li tocca, però, senza mettere in atto misure sufficienti, sia per i forti contrasti interni alla maggioranza, sia perché le risorse disponibili sono irrisorie rispetto alla vastità delle materie affrontate.
Ieri Morgan Stanley ha avvertito che per mantenere il deficit entro il 3% del Pil nel 2005, il governo italiano dovrà approntare una manovra aggiuntiva da 7 miliardi di euro. Ed è abbastanza illusoria l'aspettativa del governo per un ammorbidimento del vincolo europeo che consentirebbe all'Italia di spendere di più aumentando il disavanzo. La trattativa di Bruxelles per la riforma delle regole di Maastricht è infatti nuovamente arenata, e se pure dovesse concludersi con qualche allentamento delle rigidità attuali, il governo italiano non potrebbe contare su margini apprezzabili di tolleranza: i conti presentati ad Eurostat seguitano, infatti, a suscitare pesanti dubbi e a Bruxelles nessuno più è disposto a dare fiducia al nostro Paese. Il governo ha fatto i suoi conti prevedendo, per quest'anno, una crescita del 2,1%, mentre le previsioni di tutti gli osservatori internazionali restano inchiodate attorno all'1%: basterebbe questa differenza per far sballare tutte le previsioni di finanza pubblica.

Giorgio Ricordy