«Non ce la facciamo più», strage a Bologna
BOLOGNA. Aveva interrotto la brillante carriera di pianista e docente al prestigioso Conservatorio 'Verdi' di Milano nel 1983, dopo dieci anni di insegnamento nel capoluogo lombardo, proprio per essere vicina al figlio Michele, che allora aveva solo sette anni. La professoressa Isa Gorini, morta domenica assieme ai familiari a Bologna, era nata a Pavia il 4 dicembre '45, aveva cominciato con Angela Melegari gli studi al Conservatorio di Piacenza, poi avevano proseguito assieme al 'Rossini' di Pesaro, dove lei era entrata nel'67 come professoressa di pianoforte principale.
L'omicio suicidio è stato consumato domenica: il professor Mario Miglioli, 63 anni, noto gastroenterologo del Policlinico Sant'Orsola di Bologna, con iniezione letale ha addormentato per sempre il figlio Michele, 29 anni, e la moglie Isa Gorini, 60 anni, per poi rivolgere su di sè il liquido mortale. Una decisione estrema, presa assieme - secondo le indagini dei carabinieri - da marito e moglie e scritta in due lettere, una ciascuno, ritrovate dagli investigatori nel bell' appartamento di via Piella, una stradina del centro storico di Bologna, dove domenica mattina i tre corpi sono stati trovati privi di vita. Chiediamo scusa del gesto, ma non ce la facciamo più, è il senso delle missive, indirizzate al fratello di lui, Giovanni, e alla madre di lei. «Quando tutto sarà finito tornate a sorridere», ha scritto il chirurgo a Giovanni, anzi 'Nznni', in tre facciate su fogli di carta intestata. «Cara mamma non piangere. Mi dispiace darti questo dolore, ma non ce la facciamo più».
«Omicidio-suicidio consenziente», spiega l'ipotesi su cui lavorano gli inquirenti coordinati dal pm Luca Tampieri. Un gesto probabilmente pensato da tempo, su cui hanno pesato anche la grave malattia del medico, sofferente di un tumore che - aveva saputo appena pochi giorni fa - gli lasciava ormai poco da vivere, e dal difficile futuro che avrebbero potuto avere la consorte e Michele, sottoposto nelle ultime settimane anche ad una tracheotomia per aiutarlo nella respirazione. Un figlio unico e adorato, che in tempi felici aveva anche tenuto concerti pianistici assieme alla madre. La sua vera vita terminò in un terribile incidente alla periferia di Bologna all'alba del 24 giugno '99: Michele, allora ventitreenne, viaggiava su una Golf con tre amici, tutti ragazzi di buona famiglia, studenti universitari e figli di medici, che a forte velocità si schiantò contro un camion. Per lui e due compagni le condizioni furono giudicate subito molto gravi. Li cominciò il lungo calvario che solo l'iniezione decisa dal padre ha terminato, in una casa riempita da tempo di apparecchiature mediche per poterlo assistere a domicilio e con un ascensore installato apposta per permettere di farlo scendere con la carrozzina e di accompagnarlo a messa la domenica. Quando ieri mattina i militari sono entrati nell'appartamento di via Piella, aperto dal fratello del medico appena arrivato da Piacenza dopo una serie di telefonate a vuoto, hanno trovato i tre corpi distesi uno a fianco all'altro sul letto. Il chirurgo aveva ancora la flebo attaccata al braccio. Nel soggiorno, i fogli scritti da Mario e Isa.