Tre aspiranti sindaci a duello sull'Emilia

PAVIA. Quale modello per governare l'Italia, la Lombardia, Pavia? Il 'compromesso socialdemocratico all'emiliana", capace di conciliare capitalismo e Welfare State, può diventare la via nazionale allo sviluppo dell'imprenditoria coniugato con un avanzato sistema di garanzie sociali? Su questo possibile progetto, culturale prima che politico, suggerito dallo scrittore-editorialista Edmondo Berselli, si è misurato Socrate al Caffè, ieri alla libreria La Civetta. La sala conferenze era gremita, nonostante la neve, il freddo e il blocco della circolazione auto.
Tra gli intervenuti spiccavano tre candidati sindaci: Giorgio Rondini(Casa delle Libertà), Piera Capitelli(L'Unione) ed Elio Veltri(Il Cantiere per Pavia): primo faccia-a-faccia pubblico tra i tre principali protagonisti della campagna per il sindaco e il consiglio comunale di Pavia 2005-1010, sul terreno delle 'weltanschauung", come i filosofi chamano la visione del mondo. Regista della conversazione, come sempre, il filosofo Salvatore Veca.
Berselli, editorialista di 'Repubblica", presentava il suo ultimo best-seller 'Quel gran pezzo dell'Emilia" (Mondatori) (ne parla lui stesso nell'articolo qui sotto), che affronta il tema dell'attualità o meno del 'laboratorio Emilia-Romagna", quale si è concretizzato per decenni. E questo alla vigilia delle elezioni regionali e comunali in cui la scelta della più giusta 'via italiana al 21ºsecolo" è uno dei temi nell'agenda della campagna elettorale. «Il modello di sviluppo dell'Emilia-Romagna - è la tesi di fondo di Berselli - non è mai stato consociativo. Il confronto politico e culturale è stato durissimo ma aperto e leale. Peppone e Don Camillo, il sindaco Dozza e Rossetti volevano entrambi costruire e non dividere. È possibile che questo diventi anche l'obiettivo del Paese? È auspicabile. Una volta ero convinto che servisse uno choc liberale spinto, con un programma di privatizzazioni in grado di liberare le energie positive del Paese. Oggi dico no al neoliberismo spinto». Interrogativo tanto più attuale in un'Italia dove la Casa delle Libertà e l'Unione si combattono aspramente come irriducibili nemici, negandosi reciprocamente la legittimità a governare.
«Il problema - ha sintetizzato Veca - è in quali condizioni la modernizzazione capitalistica e la crescita socioeconomica possono combinarsi e non elidersi a vicenda. In Emilia-Romagna ciò si è verificato, mentre in parte della Lombardia e del Piemonte e nel Veneto no». Giorgio Rondini non concorda sulla tesi che la forte compenetrazione tra società economica e Stato sociale sia caratteristica specifica della regioni rosse: «L'integrazione è avvenuta in Lombardia in primo luogo per merito del solidarismo cattolico. E non è avvenuta in Umbra, che ben conosco perché sono umbro e che pure è una regione rossa».
«Ciò che posso assicurare - si inserisce il linguista Paolo Ramat- è che il 'miracolo" della società integrata è stato realizzato a Firenze con il sindaco Giorgio La Pira, di cui mio padre fu assessore alla cultura». Piera Capitelli, invece, è convinta che «il modello emiliano-romagnolo possa costituire in embrione il modello per un'Italia migliore, perchè a Bologna convivono il rispetto per le istituzioni, la concezione della governance del territorio e l'interesse per l'uomo».
Anche Elio Veltri condivide la tesi che le società dell'Italia centrale rappresentino il miglior modello realizzato in Italia di coesione sociale e racconta due aneddoti di vita vissuta che dimostrano, a suo dire, quanto il cosiddetto 'compromesso socialdemocratico" di cui parla Berselli si sia effettivamente attuato. Il presidente del Fraschini Antonio Sacchirilegge l'esperienza emiliano-romagnola attraverso tre parole chiave: «La nostalgia diffusa nel Paese dell'unico partito socialdemocratico (il Pci) esistito in Italia; la sensazione che l'Emilia-Romagna fosse l'unico luogo roosveltiano del Paese; e l'omaggio allo scrittore Tondelli». Il costituzionalista Ernesto Bettinellisostiene che «la posta in gioco oggi in Italia è dar corpo a un programma politico basato sull'inclusione e non sull'esclusione delle varie componenti della società. L'Emilia-Romagna ha realizzato questo obiettivo». L'ingegnere Paolo Ammassariosserva che, a determinare un modello storico, concorrono genetica e cultura: «Tutto sta a vedere in quale misura queste due componenti hanno contato nel caso dell'Emilia-Romagna». L'architetto Mario Mocchiintroduce una variabile nell'analisi: «Il successo dell'Emilia-Romagna è anche dovuto all'organizzazione urbana, che ha privilegiato lo sviluppo policentrico, mentre la metropoli milanese globalizza la società». Rino Zuccaha detto che «oggi il termine Padania evoca un posto brutto da vivere, ma non è giusto e io non lo accetto». Un intervento sottolinea che «dove c'è meno istituzione ecclesiastica c'è più cultura cristiana». Un giovane pone la questione di come sia stato possibile che il popolo comunista ad un certo punto sia diventato il popolo leghista.