Sciopero di gruppo per la Fiat tutta italiana
TORINO. Si sono incatenati ai cancelli del Lingotto per chiedere più lavoro e meno cassa integrazione: è la protesta di dieci operai delle Meccaniche di Mirafiori, ex società paritetica con General Motors, oggi tornata tutta in mani italiane. Intorno a loro alcune centinaia di lavoratori che hanno partecipato al presidio organizzato da Fim, Fiom, Uilm e Fismic torinesi. Sono scesi di nuovo in sciopero i lavoratori di Mirafiori, prima della settimana di cassa che da lunedi bloccherà la fabbrica.
Una fermata di 4 ore che precede quella di tutti i lavoratori Fiat e indotto dell'11 marzo, quando a Roma ci sarà la manifestazione nazionale: un'adesione del 70%, con punte dell'80%, per i sindacati, mentre secondo l'azienda ha scioperato il 26% degli operai alle carrozzerie e il 15% alle presse. Si sono fermati anche i lavoratori di Termini Imerese, dove lunedi scatteranno le due nuove settimane di cassa integrazione: si è svolta un'assemblea davanti ai cancelli, alla quale hanno partecipato anche i dipendenti di 8 aziende dell'indotto della zona. Nel pomeriggio la protesta è diventata di 8 ore, anzichè di tre come era stato per il primo turno. A Cassino ha scioperato 8 ore l'Itca, azienda dell'indotto che ha annunciato 200 esuberi, e nel pomeriggio la Fiat ha dovuto sospendere la produzione della Stilo per il mancato arrivo dei componenti. «Quello di Mirafiori è il primo sciopero dopo le ultime vicende - ha detto il leader della Cgil, Guglielmo Epifani ed esprime giustamente la preoccupazione che il mondo del lavoro ha sul futuro dell'azienda. La rimozione dell'accordo con gli americani è un fatto positivo perchè dà più libertà di manovra all'azienda, ma da solo non risolve i problemi di una azienda che, come si è visto anche a gennaio, continua a perdere quote di mercato soprattutto in Europa. Chiediamo un tavolo di confronto con l'azienda».
«Non è con lo sciopero che si restituisce appeal alla nostra casa automobilistica», replica il viceministro alle Attività Produttive, Adolfo Urso, per il quale «la pace sociale è un presupposto fondamentale affinchè anche i potenziali partner credano, come noi, nella possibilità che l'Italia mantenga e rafforzi la sua casa automobilistica».
Anche per il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi, «lo sciopero è un rito ormai superato che non ha neppure l'effetto di placebo per le legittime ansie dei lavoratori».