Casa popolare dopo 5 anni di residenza
MILANO. Da ieri è ufficiale: in Lombardia le case popolari andranno a chi risiede o lavora in Regione da almeno cinque anni. Lo ha deciso, con votazione segreta (34 voti a favore e 28 contrari), il Consiglio regionale della Lombardia. Non è la prima volta che la Regione cerca di introdurre questa norma. Già l'anno scorso l'aveva inserita nel regolamento per accedere agli alloggi popolari, ma il Tar - dopo il ricorso dei sindacati confederali - aveva bocciato la norma fortemente voluta da Lega e An. Parla di «risultato fortemente voluto» il capogruppo della Lega Nord, Davide Boni.
Spiega di essere soddisfatto anche l'assessore per le Politiche per la casa, Piero Borghini, soprattutto perchè è passato un provvedimento che permette a 18 Comuni della Regione a forte densità abitativa di costruire alloggi popolari nelle aree riservate ai servizi per la collettività e perchè il Consiglio ha approvato un emendamento da lui presentato che separa la residenza definitiva da quella temporanea. In pratica questo significa che per ottenere un alloggio popolare sono necessari almeno 5 anni di residenza in Regione, ma questi non sono necessari per chi chiede un alloggio temporaneo, ad esempio gli infermieri che vengono da fuori Regione o gli studenti. Resta un po' più critico invece sulla misura dei cinque anni per ottenere una casa. «La mia opinione personalmente - dice - è che la migliore soluzione possibile fosse un limite di residenza di tre anni, in modo che fosse coerente con le politiche per la residenza temporanea che di solito è di tre anni. Forse se la minoranza avesse fatto un'opposizione meno frontale saremmo stati tutti d'accordo». Ed infatti energiche sono state le critiche dell'opposizione contro entrambi i provvedimenti. «Una povera soluzione il baratto tra edilizia popolare e aree per i servizi», dice invece l'opposizione per bocca di Paolo Danuvola (Margherita), che aggiunge: «Sul tema della casa, su un tema cosi serio, non è possibile soggiacere al ricatto della Lega. Il criterio di residenzialità è un parametro da approfondire, ma che rischia di escludere intere categorie di persone». «Oggi sulla casa - prosegue - si gioca la povertà di molte famiglie, l'ingresso in area di povertà di intere categorie di persone: non solo chi non riesce a pagare l'affitto, ma anche per coloro che una casa ce l'hanno, ma non riescono a pagare le spese condominiali o la rata del mutuo. Affrontiamo - incita Danuvola - il problema seriamente, lasciando da parte manovre strumentali e demagogiche».