La rabbia dei familiari: l'abbiamo saputo dai tg
ROMA. «Ditemi che non è mio figlio. Non è mio figlio. E' impossibile che sia lui. E' un brutto sogno». Sono grida di dolore quelle che lancia Cenzina, la mamma del maresciallo Cola. Parole e lacrime di chi non vuole credere che il figlio, Simone, sia morto. Cenzina è la prima ad aver ricevuto la conferma del ferimento mortale dall'Esercito. Ma la notizia era stata diffusa dai tg prima della comunicazione ufficiale delle Forze armate. Un duro colpo che acuisce l'amarezza della famiglia. «Nessuno ci ha avvertiti. E' uno scandalo», accusa il suocero di Simone, dall'abitazione di Ferentino, in provincia di Frosinone, dove il maresciallo viveva con la moglie Alessandra Cellini e la piccola Giorgia, 8 mesi.
«I colleghi di Simone - prosegue - sono venuti a casa mezz'ora dopo che la tv aveva dato il primo annuncio». Nella piccola cittadina ciociara la rabbia, però, lascia presto il posto allo sgomento e all'incredulità.
Davanti alla casa di via Madonna Angeli in Foche è un continuo via vai di alti ufficiali dell'Esercito e dei Carabinieri. Dentro, al riparo delle mura domestiche, c'è spazio solo per il pianto sommesso di Alessandra, 27 anni.
«E' una tragedia questa», è l'unica frase sussurrata a don Fabio Fanisio, parroco di Santa Maria degli Angeli, che nel 2001 aveva sposato la coppia. «Alessandra - ha detto don Fabio - sta vivendo con grande dignità e decoro, cosi come tutta la famiglia, questo enorme dolore. Sta cercando addirittura di consolare gli altri».
«Solare, gentile, altruista», cosi Francesco Cellini, 28 anni, cognato di Simone, ricorda il maresciallo Cola. Per il quale era quasi giunta l'ora del ritorno a casa.
Partito il 19 ottobre dello scorso anno, doveva terminare il servizio il 4 febbraio. Aveva lasciato la famiglia poco dopo la nascita della figlia. «Passeggiava con la sua bambina qui davanti», ricorda la vicina di casa. «Era felicissimo di essere diventato padre». Simone ha avuto appena il tempo di assaporare questa gioia. Poi è dovuto andare in Iraq, ha lasciate Giorgia.
Già, Giorgia. La nipotina è la prima persona a cui hanno pensato i coniugi Cola, Cenzina e Bruno, dopo la morte del figlio. «Ora ci resta solo lei», dice Cenzina. «Simone stava per rientrare: stavo facendo il conto alla rovescia, ogni sera scalavo un giorno del calendario. Mancava poco ormai. Pochi giorni fa gli avevo stirato la divisa. Simone ne era orgoglioso. E noi di lui. Ora ci resta solo la sua bimba».
Bambina da cui Bruno ha voluto correre subito. Ha preso la macchina, il papà di Simone, per raggiungere lei, l'unica persona che può offrire ancora un legame con il figlio deceduto.
A Villa Adriana, dove Simone era nato, c'è poca voglia di parlare. La tragedia che ha colpito la famiglia Cola è vissuta con grande rispetto dagli abitanti della frazione di Tivoli. I famigliari che arrivano nella palazzina rossa di via Lazio sono chiusi nel loro dolore. Qualche vicino di casa lo descrive come un ragazzo di borgata, cresciuto in parrocchia.
Una persona sicura delle proprie scelte. «Era un giovane ben convinto del ruolo che aveva. Faceva il suo lavoro con convinzione», afferma Menio Pietrobono, 62 anni, un amico di famiglia che aveva visto crescere Simone. Nessuno ha costretto, quindi, il maresciallo ad andare a Nassiriya. Era una sua decisione.
«Per noi Simone è un eroe, un uomo che tutto quello che ha fatto nella vita, lo ha fatto per amore della Patria, per l'esercito», ha detto il fratello Gianluca. «Ha scelto questa professione a 14 anni. Amava aiutare chi era in difficoltà. Era li in Iraq per sua figlia e per i bimbi di Nassiriya». L'ultima volta che Gianluca lo ha sentito per telefono era prima di Natale.
«Mio padre gli parlava ogni giorno. Era contento per lui, ma saperlo in Iraq, in pericolo, era un grande dolore».
Un dolore che, ora, è ancora più forte.