Le tre vere ragioni della guerra cercata
Cosi è stabilito: l'Iraq di Saddam Hussein non aveva armi di distruzione di massa. Contrariamente a quanto sostenuto dagli americani (e da molti paesi alleati). Cade cosi formalmente la base di legittimazione dell'intervento Usa in Iraq, presentato come conseguenza del rifiuto del regime di Baghdad a disarmare. Nella sostanza, però, non cambia nulla.
Nemmeno i più ingenui sostenitori di Bush hanno mai pensato che la spedizione Iraqi Freedom fosse vincolata al tema delle armi chimiche o biologiche, o ai tentativi saddamiani di dotarsi della bomba atomica.
Perché allora Bush ha ordinato di invadere l'Iraq? Non c'è una risposta univoca. Dai discorsi pubblici dell'amministrazione in carica possiamo trarre almeno una ventina di ragioni addotte per sostenere la guerra, alcune fra loro contraddittorie. In questo cumulo di giustificazioni o di pretesti, possiamo comunque discernere alcune certezze, o quasi.
Primo: ben prima che Osama attaccasse l'America, una parte del gruppo dirigente americano aveva deciso di liquidare al più presto possibile Saddam per ragioni squisitamente geostrategiche. L'America non poteva permettere che sul Golfo, area di primario rilievo strategico per la sicurezza di Israele, per la stabilità dell'intero Medio Oriente e per gli approvvigionamenti petroliferi dell'Occidente e in specie degli Usa, continuasse ad incombere la minaccia di un regime nemico e per molti versi imprevedibile.
Secondo: sempre sotto il profilo geostrategico, gli Stati Uniti avevano e hanno bisogno di installare alcune basi in Iraq, dove trasferire uomini e mezzi dislocati in Arabia Saudita. La presenza di truppe Usa sulla terra dei due Luoghi Santi dell'islam era diventata troppo pericolosa e offriva a Osama un eccellente pretesto per invocare la sollevazione degli arabi contro il corrotto regime di Riyad. Anche quando ritireranno gran parte dei loro soldati oggi in Iraq, gli Usa vorranno mantenere infatti alcune installazioni di grande rilievo strategico nel paese.
Terzo: una volta vinta la guerra in Afghanistan, a Bush non restava che l'Iraq come possibile bersaglio bellico. L'alternativa, nel dicembre 2001, era finire la guerra al terrorismo e passare a una fase meno militare della lotta contro i jihadisti - ciò che non sarebbe stato probabilmente capito dall'opinione pubblica americana e sarebbe costato forse la rielezione a Bush - e continuarla sull'unico altro scacchiere disponibile, quello mesopotamico. Li si poteva sconfiggere un nemico insieme odioso e debole. Certo un attacco alla Corea del Nord non era e non è proponibile e un'invasione dell'Iran, pure sostenuta da qualche superfalco, avrebbe avuto e continuerebbe ad avere il sapore dell'avventura se non della pura follia.
L'intelligence Usa esce con le ossa rotte da questa vicenda. La credibilità delle sue tesi e quindi del governo di Washington ne esce terribilmente scossa. Le recenti mosse di Bush nel senso di riformare l'intelligence rendendola ancora più dipendente dal potere politico non offrono purtroppo alcuna garanzia che gli errori del caso iracheno non possano ripetersi in futuro. E quando Bush dovesse gridare al lupo, chi sarà disposto a seguirlo a occhi chiusi?