Cronache dal San Matteo, i camici bianchi
Pavia: nel pomeriggio di lunedi 6 dicembre scorso, il 118 porta mio marito al Pronto soccorso del San Matteo: vertigini. L'ammalato (ora non ha rapporti di parentele, è solo un «ammalato») resta in quella specie di loculi del Pronto soccorso per un'ora e mezza circa: sta male, non so che cosa e chi gli stia facendo cosa, perchè io sto dall'altra parte del muro in attesa.
Riesco a parlare con un addetto del Pronto soccorso: non so chi sia, nè cosa faccia, so che sta di là dal muro. Lo avverto (e chiedo a lui di avvertire i medici) che in occasioni simili mio marito ha già presentato complicazioni di cuore; mi sembra doveroso metterli in guardia. L'addetto mi risponde, con buona dose di seccatura e di protervia, che «le orecchie sono una cosa diversa dal cuore». Verso sera mio marito viene ricoverato in otorino. Noto che il suo capo presenta movimenti a scatti ripetuti; è scesa la notte, lo dico a un'infermiera. Risponde: «Fanno cosi tutti gli operati». Ma mio marito non è stato operato! Se ne va.
Più avanti nella notte finisce la flebo che i volontari del 118 con solerzia, competenza e decisione, gli avevano messo. L'infermiera la toglie e dice: «Chissà se devo continuare o no». Va Via, e non ritorna. E' l'alba: mi avvio all'uscita del San Matteo per tornare poco tempo a casa. Tutte le porte dell'ingresso sono chiuse. C'è una luce. Busso. Chiedo permesso. Entro. Saluto.
C'è una signora delle pulizie che appare da una scala: «E' tutto chiuso, mi dice, e io non ho le chiavi». Ho un momento di indecisione. «Se vuole, mi dice, posso farla uscire dalla finestra».
E' consolante vedere che al mattino presto già ci sono persone cosi pronte alla presa in giro. Torno in reparto: mio marito sta male. E' comparsa la complicazione al cuore che avevo previsto. Forse già c'era. Ora è in forma molto evidente. Chiamo i medici. Quando arrivano (la prontezza non è di casa), prima non credono, poi dopo molte mie richieste insistite, fanno fare un Ecg. «Le complicazioni si vedono: chiameremo un cardiologo». Sono le 8 di martedi. Poi le 9, poi le 10. Poi la sera. Mio marito sta male, ma uno di quelli col camice bianco già dal mattino aveva detto a mio marito: «Lei deve avere pazienza, deve imparare ad aspettare».
Arriva il cardiologo
Interviene un nostro amico che parla la lingua dei camici bianchi con autorità: alle 19.30 arriva il cardiologo. Mi spedisce velocemente a casa per portargli tutti i precedenti esami clinici e infine emette l'ordine di iniziare la cura.
Mercoledi 8, festa dell'«Immacolata». Mio marito sta meglio. Nessuno ha mai rifatto i letti, nessuno del personale lo ha cambiato, lavato, assistito nelle evacuazioni. C'è anche qualche infermiere per bene. Qualcuno. Uno mi dice: «Perchè voi siete persone civili, altrimenti qui sarebbe venuto giù il soffitto». C'è qualche infermiere anche giovane che da villanamente del tu agli ammalati anche anziani. Anche qualche camice bianco lo fa, altrettanto villanamente.
Giovedi 9, San Siro. Reparto deserto. Nel pomeriggio riesco a trovare un camice bianco in apparenza di donna. Dico che intendiamo avere le dimissioni, sotto la nostra responsabilità. Risponde qualcosa.
Venerdi 10. Incontro alle 8 la stessa persona e ripeto la richiesta. Risponde: «Vedremo». Ma cosa pensa, di avere il potere di sciogliere e di legare come San Pietro? In questi giorni a mio marito sono state applicate molte flebo. Tra le prime, una di glucosio. Dico alle infermiere che è diabetico. Rispondono: «L'ha ordinato il cardiologo». Ma che è? Vendetta, incompetenza, che altro? In seguito le flebo di glucosio sono più volte giunte al capezzale di mio marito e per fortuna siamo stati capaci di rispedirle a casa loro.
Venerdi ore 11. Un essere umano dal camice bianco a mio marito legge con voce alta e bene scandita il foglio delle dimissioni, numeri di telefono compresi.
Prende in giro? Usciamo: siamo liberi, liberi dal lassismo e dalla protervia e da altro che non voglio dire, ma mio marito presenta una vistosa flebite al braccio di cui nessuno si è accorto.
R. M. CallegariPavia
Prendo nota delle considerazioni espresse nella sua lettera dalla signora Callegari, relative al ricovero del marito sig. Enrico Cavagnari, avvenuto presso l'Uo di Otorinolaringoiatria tra il 6 e il 10 dicembre scorsi.
Per quanto riguarda gli aspetti puramente assistenziali, giudicati carenti, faccio notare che il sig. Cavagnari, tra la sera del giorno 6 dicembre in cui è avvenuto il ricovero e la mattina del 10 dicembre in cui è avvenuta la dimissione e quindi nel corso anche di due giorni festivi (8 e 9 dicembre), è stato sottoposto a sei elettrocardiogrammi, ad una radiografia del torace, ad un esame audiometrico, ad un esame vestibolare con successivi controlli, a una visita cardiologica con successivi pareri telefonici e ad un numero imprecisato di esami di laboratorio.
Era autosufficiente
Riconosco un certo ritardo nella visita cardiologica, avvenuta il 7 dicembre alle 18, ma faccio notare che era stata richiesta per fax dal dottor Panigazzi il giorno 7 alle ore 8.57 e sollecitata per fax e con carattere di urgenza da parte del dottor Galioto lo stesso giorno 7 alle ore 18.18. Non entro in merito sulla correttezza della terapia prescritta dai colleghi cardiologi, ma noto che, a seguito di questa, la situazione cardiaca del paziente si è normalizzata e che il quadro glicemico non ne ha risentito.
Il personale infermieristico, carente di numero e impegnato nell'assistenza di ben otto pazienti oncologici negli stessi giorni ricoverati presso la Uo, non ha provveduto ai lavacri del paziente, al cambio della biancheria e alla assistenza alle evacuazioni in quanto il paziente, sia pure affetto da vertigini e da instabilità, era autosufficiente.
Da una indagine interna non sono riuscito ad individuare chi tra il personale, medico o infermieristico, si sia rivolto al sig. Cavagnari dandogli del tu. A mia conoscenza, sulla base di ordini precisi dati da me e dalla caposala e da tutto il personale, adottati ed accettati, anche per un principio di ovvia ed elementare educazione, ciò non avviene e non è mai avvenuto nell'Uo di cui sono responsabile. Eventuali mancanze in tal senso non verranno tollerate.
Le altre considerazioni riportate nella lettera sono di difficile valutazione: il concetto di «villanamente» più volte riscontrato dalla signora Callegari nell'eloquio e negli atteggiamenti dei «camici bianchi» è squisitamente soggettivo e non trova riscontro nel giudizio delle centinaia di cittadini che nel corso dell'anno vengono assistiti presso l'Uo. Sarà mia cura raccomandare a tutto il personale che, nonostante le tensioni spesso legate al sovraccarico di lavoro, si comporti sempre, anche nei confronti dei pazienti e dei loro familiari meno disponibili, con la massima cortesia, serenità ed educazione.
Lascio le ulteriori considerazioni relative ai giudizi sull'edilizia della «specie di loculi» in cui il personale del Pronto Soccorso si trova quotidianamente ad operare e sul fatto che l'ingresso del Policlinico nelle ore notturne non consenta l'entrata e l'uscita indiscriminata di chiunque.
prof. Eugenio Miradirettore della Clinica otorinolaringoiatrica del San Matteo, Pavia