«Convivere con il nostro nemico»

RAMALLAH.«La verità? Gli israeliani non sono solo i nostri vicini. Sono anche i nostri nemici. Ma con loro dobbiamo fare la pace e vivere insieme su questa terra». Qaddura Fares non è un uomo che usa mezzi termini. Neanche alla vigilia delle elezioni, nel suo ufficio di Ramallah, dove campeggia un poster di Marwan Barghuti, il Mandela palestinese, condannato dagli israeliani a cinque ergastoli.
Come Barghuti, anche Qaddura Fares ha fatto parecchia galera israeliana, per quattordici anni, come militante di Fatah. È lui l'uomo a cui Barghuti ha detto di rinunciare alla candidatura da presidente, aprendo la via all'elezione di Abu Mazen. Pragmatico ma fermo sui principi, Fares è uno dei più importanti alleati di Mahmoud Abbas. Deputato, ministro senza portafoglio per le questioni del muro di separazione. Ma soprattutto il leader più in vista della cosiddetta nuova generazione di Fatah. Quella cresciuta tra intifada, occupazione israeliana e pragmatismo.
Sembra che Abu Mazen abbia due registri. Usi le parole del moderato in alcune occasioni. E indurisca i toni quando si trova di fronte alla base. Come quando, tre giorni fa, ha parlato del «nemico sionista».
«Ma 'nemico sionista" le sembra una espressione forte? Nella Knesset, nelle riunioni del suo partito, Sharon usa il termine 'nemico palestinese". C'è una lotta in corso, c'è un'occupazione. Abu Mazen deve dire che c'è un nemico, ma nello stesso tempo dobbiamo raggiungere, noi e gli israeliani, un accordo di pace e vivere insieme in questa terra».
Può chiarire meglio questo punto?
«Qualsiasi popolo, compreso quello palestinese, ha la completa legittimità, tutto il diritto di combattere l'occupazione. Nello stesso tempo, penso che in questo periodo dobbiamo usare tutti i mezzi disponibili per raggiungere l'indipendenza. E quindi dare l'opportunità ad Abu Mazen di cercare di raggiungere un accordo negoziale con gli israeliani. Per questo penso che il lancio di Qassam, nella Striscia di Gaza, non sia utile in questo momento ai palestinesi».
Negli scorsi abbiamo visto Abu Mazen nelle città della Cisgiordania fare campagna elettorale anche con i settori militari di Fatah, compre le Brigate dei Martiri di Al Aqsa. Lei pensa che gruppi come Al Aqsa siano disposti a deporre le armi?
«Se si raggiungesse un accordo con gli israeliani, sono sicuro che le Brigate sarebbero disposte a un cessate il fuoco. C'è però una questione importante da risolvere. Se gli israeliani continueranno nella politica degli arresti e degli omicidi mirati, i militanti avranno ragioni personali per non raggiungere un accordo».
L'elezione di Abu Mazen appare scontata. E dopo?
«Spero che la popolazione palestinese dia ad Abu Mazen abbastanza tempo per fargli costruire un ponte tra una situazione disastrosa, come quella attuale, e una migliore. Già tra due mesi, forse, i palestinesi cominceranno a porre molte domande a Mahmoud Abbas, come se avessero eletto Superman. Se però Abu Mazen non riuscirà entro un certo periodo di tempo a far vedere che qualcosa sta cambiando, che i check point vengono tolti, che i prigionieri vengono liberati, che la situazione economica sta migliorando, allora i palestinesi potrebbero cominciare a pensare che la linea di Abu Mazen è stata un errore». (p.c.)