«Bravi gli italiani, ma meglio i giapponesi»
ASH SHATRAH (Iraq). Più si avvicinano le elezioni e più l'Iraq sembra diviso in due. A Baghdad e nel nord del Paese, la parte a maggioranza sunnita rimasta fedele a Saddam Hussein, contraria alle elezioni; il sud, invece, a prevalenza sciita, che guarda con fiducia all'appuntamento.
Ad Ash Shatrah, una città di 250 mila abitanti a cinquanta chilometri a nord di Nassiriya, il capo della polizia locale Abdallah Ali racconta di 12 liste depositate. Per Shamkey Al Zendey, responsabile politico del partito islamico Al Daawa, la gente aspetta con ansia il voto e spera che le cose possano finalmente cambiare. «L'unica preoccupazione è il rischio che arrivino, per compiere attentati, guerriglieri sunniti del nord. I rapporti con la presenza militare italiana sono molto buoni ma l'Italia non ha fatto nulla per questa città. I giapponesi a Samaua, invece, hanno fatto cose concrete, costruendo decine di strade».
Stesso clima di attesa elettorale si respira a poche centinaia di metri di distanza, sulla riva destra dell'Eufrate, nella sede del partito del Girasole. Gli ex comunisti, in Iraq, sono al governo e un loro rappresentante è ministro della Comunicazione nella coalizione guidata dal premier Iyad Allawi. «Con queste elezioni vogliamo costruire un nuovo Iraq. Facciamo molto affidamento sull'aiuto dell'Italia per distruggere definitivamente quello che ancora resta del regime di Saddam».
Da Baghdad e dal nord del Paese arrivano notizie di autobombe e morti ammazzati. Solo ieri le vittime sono state almeno una ventina. Nella capitale sono esplose due autobombe: una davanti alla sede del partito del premier Allawi ha provocato quattro morti. Negli altri attentati le vittime sono soprattutto appartenenti alla Guardia nazionale. A Tikrit, paese natale di Saddam Hussein, sono stati ammazzati sei agenti.
Una recrudescenza di violenza che ha portato il ministro della difesa del governo provvisorio iracheno, Hazem Shaalan, a parlare di un eventuale «rinvio» delle elezioni, previste per il 30 gennaio, nel caso in cui non sarà possibile persuadere i sunniti a partecipare alla consultazione. Un'apertura forse dettata anche da una stima fatta dai servizi segreti di Baghdad secondo i quali la resistenza irachena può contare su duecentomila fra combattenti e sostenitori. Lo «zoccolo duro» sarebbe formato da circa quarantamila guerriglieri. Un calcolo che contrasta con le informazioni americane che tendono a negare che nelle zone sunnite la rivolta goda dell'appoggio di parte della popolazione. Sarà pure per questo che l'amministrazione Bush è contraria a qualsiasi ipotesi di rinvio.