Le ceneri del Giorgione
MANTOVA.Natura e Maniera, Maniera e Natura. I passaggi e i trapassi tra le due si controbilanciano, si alternano, si fondono, non sono in contrasto ma in simbiosi, pur se tendenzialmente sofferta, a volte lacerata... Indagando sull'evoluzione della pittura del Cinquecento nell'Italia settentrionale la mostra in corso alle Fruttiere di Palazzo Tè a Mantova ('Natura e Maniera tra Tiziano e Caravaggio. Le ceneri violette di Giorgione") ne dipana la complessa e stimolante matassa tra impulsi romani e toscani e le loro assimilazioni nell'area padana. Qual è la linea diretta da Tiziano a Caravaggio? Posta cosi, la domanda diverrebbe forzatura, implicherebbe uno schema fisso. Invece del 'da" la mostra sottolinea il 'tra", l'esperienza, appunto, 'tra Tiziano e Caravaggio" che non è linea diretta ma parabola in cui le espressioni intermedie, certo traendo spunto dall'esperienza giorgionesca e tizianesca, anticipano pure, stimolandoli, esiti caravaggeschi, ma parimenti si rivelano conquiste autonome, accreditandosi con dignità propria, con spiccata ed affascinante individualità. Non dissimili, del resto, dai centri dalle tante città antiche d'Italia che possono rivendicare ognuna al pari dell'altra i propri titoli di gloria, essendo stata ognuna protagonista di vicende esemplari che le hanno impresso il sigillo dell'inconfondibile individualità. A questo potenziale patrimonio di irriducibile individualismo si addice, come forma di aggregazione o meglio di compresenza, il 'policentrismo", ed è questo lo stesso serbatoio cui attingono le esperienze artistiche: ci sono tanti centri maggiori e minori e tanti artisti che spiccano più di altri ma nessuno, nè in un campo nè nell'altro, riesce davvero, se non quasi per caso e per brevi periodi, a prevalere sugli altri, e a questo contesto di ispirata e continua contesa la mostra, con tanti sprazzi anche inusuali su opere meno o affatto conosciute, dà un valido ed illuminante riscontro. Oltre a quello 'serio" c'è il titolo 'ludico" che già di per sè convalida l'idea del molteplice germogliare: 'le ceneri violette di Giorgione", preso da una splendida formula di Roberto Longhi che in essa condensò questa forza plasmante, l'impulso fertilizzante di un periodo di effervescenze e crisi produttive; le ceneri, si sa, possono far da concime, aiutando la nascita di nuovi cicli vegetali e favorendo un nuovo germogliare, e in effetti la metafora rende l'idea delle fortune della stagione pittorica che assimilando nelle sue svariate espressività le ceneri, i riflessi delle glorie coloristiche e luministiche veneziane, descrive una parabola appassionante fino a dare linfa decisiva all'ombroso e tagliente linguaggio chiaroscurale del Caravaggio. Eccone dunque qualche sprazzo, più per incuriosire che per dare elenchi o 'schedature" completi. Magnifica, come ovvio, la tela di Tiziano (che è l'immagine della mostra) di 'Giuditta con la testa di Oloferne" (Roma, Galleria Borghese) in cui il crudele soggetto si trova miracolosamente stemperato da una atmosfera di soave, meditabondo ed intristito indugiare. Difficile che gli altri quadri di Tiziano qui presenti eguaglino questo livello (con l'eccezione magari della 'Madonna penitente"). A parte varie tele del Pordenone le quali, cadendo nella sua fase d'esordio, possono per una certa ruvidezza non meno respingere che attrarre, il manierismo veneziano è egregiamente rappresentato con due tele di sorprendente qualità poetica di Paris Bordon, in cui peraltro è ben riscontrabile l'ispirazione, più che di Tiziano, di Palma il Vecchio presente con la splendida 'Madonna col Bambino e Santi" della chiesa di Santo Stefano a Vicenza. E già che ci gratifica lo zio, non demerita neanche il nipote: di Palma il Giovane c'è tra l'altro un espressivo ritratto virile con splendide sfumature di rossiccio scuro della pelliccia sul nero dell'abito; il quadro denota un intuito chiaroscurale che caratterizza anche due altri suggestivi ritratti di provenienza veneta, uno del Basaiti e l'altro di Leandro Bassano (a conferma che il saper cogliere la valenza luministica del nero e il plasmare le penombre è proprio una delle venature essenziali di questi precursori del Caravaggio). C'è, e non può mancare, la cifra inconfondibile del Lotto con le due tele complementari dell'Angelo e della Vergine annunziata (Jesi, Pinacoteca civica). Nè può mancare, al pari del genio irrequieto del Lotto, quello febbrile e un po' allucinato del Parmigianino, anche se Vittorio Sgarbi assegna forse un po' troppo sovranamente la tela dell''Adorazione dei Magi" di San Domenico a Taggia (Imperia) alla mano del maestro stesso; comunque sia, l'opera si attesta tra quelle di primissima qualità sotto la sua diretta ascendenza. Ma una mostra in cui si coltivano tanti fiori (c'è anche l''ortolano" - soprannome di Giovan Battista Benvenuti, grande manierista ferrarese - presente con opere suggestive, mentre risalta molto meno l'altra importante figura ferrarese di quegli anni, il Mazzolino, i cui petali verso il finire del Cinquecento si proiettano verso trovate chiaroscurali, come nei quadri di Antonio e Vincenzo Campi, che decisamente si riverberano sul Caravaggio), una mostra di tale respiro panoramico è un frutto della passione che si rivela frutteto.
Georg Duhr