Il premier: «Lo sapevo, meglio tardi che mai»

ROMA. «Meglio tardi che mai». Sono quasi le 19 e Silvio Berlusconi vede la fine di un incubo. Un incubo che per dieci anni ha avvelenato il clima politico ed ha generato uno scontro senza precedenti con la magistratura. Adesso il premier si può rilassare e nel commentare a caldo la sentenza assicura di non aver mai temuto una condanna: «Avevo ragione di essere sereno perché avevo piena coscienza di non aver commesso nulla». La notizia fa il giro del mondo e tutti i leader della Cdl fanno a gara per essere i primi a complimentarsi con il Cavaliere.
Gianfranco Fini gli telefona da Berlino. Marco Follini parla di una sentenza che rende giustizia e auspica un rasserenamento non solo nei rapporti tra maggioranza e opposizione: «Spero che aiuti a realizzare un clima meno conflittuale tra politica e giustizia» dice il segretario dell'Udc.
A rallegrarsi per una sentenza «positiva» sono anche i presidenti di Camera e Senato, Pier Ferdinando Casini e Maercello Pera, e il senatore Giulio Andreotti («Sono contento») mentre Roberto Calderoli trova il modo per riaccendere le polemiche e continuare a parlare di una sentenza politica.
«Non si è voluta dare una assoluzione piena, per lasciare comunque una macchia» dice il numero due della Lega per il quale non era possibile la condanna di Berlusconi: «Sappiamo bene che certe condanne possono essere volute politicamente. Quindi quella di oggi si può leggere anche come una sentenza politica, spiegabile con il fatto che la sinistra non è pronta alle elezioni». A cogliere l'occasione per un piccolo regolamento dei conti con chi nel centrosinistra non ha mai fatto sconti al Cavaliere è anche il numero due di An, Ignazio La Russa: «È servito chi faceva ironia quando dicevamo che sulla vicenda Sme Berlusconi meritava una medaglia e non la gogna del processo».
Nell'opposizione, la parola d'ordine è non commentare le sentenze. Ma a mantenere uno stretto riserbo è solo D'Alema. Luciano Violante fa notare che l'assoluzione per prescrizione conferma la fondatezza dell'accusa. «Non c'è stata assoluzione nel merito. L'imputazione era fondata ed è abbastanza chiaro l'iter dei fatti» dice il presidente dei deputati della Quercia che incassa le critiche di tutta la Casa delle libertà, ma trova una solida sponda nella sinistra dell'Ulivo. Se Boselli e Mastella si dicono contrari a qualsiasi strumentalizzazione ed Anna Finocchiaro ripete che comunque l'assoluzione è una «buona notizia» per l'Italia, dal Pdci, dai verdi e da alcuni settori della Quercia si fa notare che la decisione dei giudici non può essere letta come una assoluzione piena.
Oliviero Diliberto non ha dubbi e spiega che la sentenza di assoluzione per il reato di corruzione avvenuta per la prescrizione «presuppone la colpevolezza del premier». La conclusione alla quale giunge l'ex ministro della Giustizia nei governi dell'Ulivo è che il premier dovrebbe lasciare Palazzo Chigi: «Se Berlusconi avesse sensibilità istituzionale, si dovrebbe dimettere».
A chiedere uno stop alla teoria del complotto che ha animato in questi anni tutti gli esponenti della maggioranza è invece il verde Pecoraro Scanio, mentre il deputato dei Ds, Giovanni Kessler, condivide il sollievo espresso da più parti, ma sottolinea che comunque la sentenza di ieri ha affermato un un'importante verità storica e cioè che «Berlusconi i soldi ai giudici li aveva dati».
Vannino Chiti, coordinatore della segreteria nazionale dei Ds, dice, a proposito della prescrizione, che comunque «il presidente del Consiglio dovrebbe avere anche una autorevolezza indiscussa, al di là delle divergenze politiche. Purtroppo per l'Italia non è cosi». In ogni caso, sottolinea, «la nostra polemica e la nostra azione non si riferiscono al ruolo di imputato di Berlusconi. Noi facciamo politica e siamo all'opposizione delle scelte economiche e sociali negative, delle leggi contro la magistratura e il pluralismo nell'informazione portate avanti dal governo di destra».