Ma le leggende nascono su un fondo di storia
Negli ultimi giorni su «La Provincia pavese» si è parlato molto di San Siro: certamente l'avvicinarsi del 9 dicembre ha contribuito - dopo la recente traslazione dalla Cattedrale a San Gervasio, quindi al Carmine - ad accendere sul nostro Santo patrono i riflettori. Se me lo permette vorrei aggiungere la mia povera voce a quella degli illustri personaggi che hanno già parlato per fare alcune precisazioni.
Per non rubare spazio cercherò di essere schematico:
La leggenda di San Siro.Credo che non ci sia alcun pavese che non sappia che l'identificazione fra Siro, primo vescovo pavese, e il fanciullo che offre a Gesù Cristo i cinque pani e i due pesci, sia un 'invenzione medievale. Quello che però vorrei richiamare è che le leggende nascono sempre su un fondo di storia: leggendario non vuol dire semplicemente favoloso o fantastico. Spesso vuol dire mitico nel senso più etimologico ed esistenziale. La leggenda nasce in un contesto delicato e intricato nei secoli X-XI: molte comunità religiose e civili (come distinguerle o addirittura separarle in quei tempi?) in forte rivalità fra di loro rileggono la loro storia, in particolare le loro origini, e talune giungono a vantare origini direttamente apostoliche. È il caso di Milano con San Barnaba, ma anche di Bourges che adottò san Ursino, «il quale - per usare le parole di Gianani - faceva lettura sul pulpito durante l'Ultima Cena». E Pavia? Rilesse il suo San Siro - primo apostolo in questa nostra terra - come il fanciullo dei pani e dei pesci. Non mi dilungo: ricordo solo che già Opicino nel 1330 era molto sospettoso circa questa identificazione: scriveva infatti «fertur a nonnullis», «hoc Scriptura non habeat».
Siro, un vescovo itinerante.Non lo dice la Chronica stessa raccontando tutti i suoi viaggi, seppure in modo leggendario? Come il suo essere proveniente da Aquileia: un fatto ben conosciuto e del resto ancora sottolineato dalla presunta origine apostolica: San Pietro consacra vescovo San Marco, l'evangelista, il quale a sua volta consacra vescovo Ermagora di Aquileia. Quest'ultimo consacra vescovo Siro e lo manda con Invenzio ad evangelizzare la zona dell'Italia dal Veneto a Pavia, a Genova.
L'iscrizione Surus Epc.Pavia non conosce iscrizioni cristiane anteriori al secolo V. È certamente di difficile lettura e interpretazione: «l'incertezza - scrive il Lanzani - non verte più tanto sull'attribuzione del reperto ad un'epoca anteriore al IV secolo, il che è stato del tutto confutato, ma ad un periodo seriore, come sarcofago di reposizione successiva, quando ancora Siro non era venerato come santo». Il sarcofago di San Gervasio resta però una prova «archeologica di alta antichità» - sono ancora parole del Lanzani - ed è garanzia di continuità nella memoria e nella venerazione delle Reliquie del Santo vescovo pavese.
Quante cose vorrei ancora dire ma lo spazio è finito. Mi piacerebbe poter riprendere l'argomento per approfondirlo meglio. Forse si potrebbe farlo in occasione del novantesimo anniversario della morte di Cesare Prelini che cadrà il prossimo 16 gennaio. Un saluto, intanto, a tutti i lettori de La Provincia Pavese.
don Michele Mosaarchivista e lipsanotecario della diocesi di Pavia