L'altalena delle cifre disorienta Pavia

PAVIA. Dalla polvere agli altari. In un giorno. Martedi l'Unioncamere sentenzia: Pavia è sempre più cenerentola: ha perso dieci posizioni dal 1995 al 2003 nella classifica del valore aggiunto. Ieri tocca all'Istat: Pavia risorge nella graduatoria della ricchezza 2002 e viene annoverata fra le cinque province italiane più virtuose. Chi ha ragione? Che ne pensa in proposito il mondo economico pavese? Rispondono Piero Mossi (Camera di Commercio), Aldo Poli (Fondazione Banca del Monte e Ascom), Piero Maccarini (Unione Industriali) e gli economisti Piero Mella e Dario Velo.
L'interrogativo sta diventando di stretta attualità, vista la 'schizofrenia" delle ultime rilevazioni statistiche: il sistema Pavia ha subito un tracollo dal 2002 al 2003? Oppure Unioncamere e Istat fotografano due diverse facce di una medaglia a chiaroscuri? In definitiva: come sta davvero il 'malato" Pavia? E' in crisi nera o vede la ripresa al fondo del tunnel? A chi dobbiamo credere, all'Unioncamere o all'Istat, e perchè?
LE CIFRE.
Partiamo dalle cifre nude e crude. Ieri l' Istatha diffuso una 'Statistica a breve" su 'Occupazione e valore aggiunto nelle province". Il titolo è 'Valore aggiunto 2002 + 3,4%; Sud locomotiva con +4,2%; palma d'oro a Cremona, ma sul podio Benevento e Salerno". Nel resoconto dell'agenzia Ansa si legge, tra l'altro: «All'interno delle macro-aree, le singole province evidenziano risultati piuttosto differenti. Delle cinque province più virtuose, tre sono del Nord-Ovest (oltre a Cremona, Pavia +8,8% e Mantova +8,7%)». Pavia «virtuosa», dunque.
Martedi l' Unioncamereaveva dato un quadro radicalmente diverso opposto. Nella classifica sul valore aggiunto nelle province Pavia è al 56% posto e nel periodo dal 1995 al 2003 è passata dalla 46ª alla 56ª posizione. La classifica si basa come di consueto sugli studi condotti dall'istituto Tagliacarne.
Volendo confondere ancora di più le idee, si può citare lo studio del Dipartimento di ricerche aziendali dell'Università, diretto da Antonella Zucchella(illustrato al convegno dell'Associazione manager industriali a fine ottobre), secondo il quale il sistema delle piccole e medie imprese di Pavia non solo non è 'cenerentola" in Lombardia nell'altissima tecnologia, ma è tra le stesse più brillanti. Pavia infatti è 11ª in Italia per numero di inventori nell'high tech e, con la sessantina di ditte, sempre 11ª tra le aziende di ricerca e sviluppo.
I COMMENTI.
Ad osservare questa girandola di cifre, c'è da farsi venire il mal di testa. Che ne dicono gli operatori economici? Cominciamo da Piero Mossi, presidente della Camera di Commercio. «Siamo in presenza - dice - di due rilevazioni autorevolissime con l'uso di parametri diversi, che presentano i due volti contradditori eppure reali di Pavia. L'Unioncamere fotografa la produzione vera e propria delle province, la natalità e la mortalità delle ditte, gli indici di successo e insuccesso economico. Emerge un quadro per Pavia di grande preoccupazione. L'Istat fotografa, invece, la situazione complessiva della provincia, che non è solo produzione ma anche reddito consolidato e qualità della vita. E quindi emergono con maggiore nitidezza anche gli aspetti positivi. Nel complesso, la conferma di una provincia in chiaroscuro».
L'ex-preside della facoltà di Economia Dario Velodice: «Il confronto dei dati richiede una lettura approfondita. Di primo acchito voglio sottolineare due aspetti: la complessità della transizione in atto e la presenza dei settori nuovi che aprono prospettive incoraggianti alla provincia. Il quadro generale della provincia comunque non è totalmente negativo. In una situazione di cambiamento cosi complesso, poi, possono sempre verificarsi errori di interpretazione».
Ecco Aldo Poli, presidente della Fondazione Banca del Monte e dell'Ascom: «L'Unioncamere fornisce una radiografia economica con i dati relativi ai nuovi iscritti e ai nuovi valori aggiunti. Tutti sappiamo che Pavia è deindustrializzata. Ciò nno toglie che non ci siano elementi di vitalità. L'Istat, invece, assume valori più complessivi come il tenore di vita, la qualità della vita, il tasso di delinquenza, fattori quindi non meramente materiali. Se associo Unioncamere e Istat mi viene da fare questa previsione: il futuro non appare roseo. Anche perchè ho sott'occhio altri dati catastrofici forniti dalla grande distribuzione. Nei mesi di settembre e ottobre la spesa degli italiani è crollata del 27%: le famiglie per risparmiare tagliano anche i generi alimentari. Certo, la realtà dura dell'economia influisce in prospettiva sul valore complessivo della qualità della vita, che a Pavia resta ancora elevato nonostante la crisi industriale. Ma fino a quando?»
Piero Mella, docente di economia aziendale alla facoltà di Economia e presidente della merchant bank Pasvim: «La mia sensazione è che ci sia un fermento di idee nel mondo economico pavese. Speriamo che si traducano in iniziative imprenditoriali, magari con il supporto di Pasvim».
Piero Maccarini, direttore dell'Unione Industriali, dice: «Non condivido l'allarmismo. Le indagini a campione possono riservare sorprese e vanno prese con le molle. Voglio citare un caso successo un po' di tempo fa in provincia: un'azienda aveva trasferito dipendenti da un settore industriale e commerciale e ne risultava un calo dell'occupazione del 20%. Secondo l'annuario statistico della Regione Lombardia, Pavia in termini di valore aggiunto procapite nel 2002 aveva 20.220,9 euro. Ora apprendiamo che nel 2003, secondo l'Istituto Tagliacarne, è a quota 19.981. Quindi, ha perso 239 euro, pari a una flessione dell'1%. Non mi sembra un grande arretramento, indipendentemente dalle interpretazioni più o meno capziose che possono dare le agenzie di statistica. Ciò che conta sono i dati reali assoluti». «Altra considerazione - conclude Maccarini - che mi rende perplesso sulle valutazioni dell'Unioncamere: essa indica 'performance" peggiori di Pavia per Vicenza, Pordenone, Prato, Como e Lecco, che pure sono province ben più rilevanti come reddito prodotto».